la democrazia non muore nel letto


Nel passato, all’interno delle famiglie benestanti, i coniugi padroni di casa dormivano in letti separati. Quando volevano un po’ di intimità, era il marito a raggiungere la moglie nella sua stanza. Il perbenismo dei ceti abbienti relegava la congiunzione carnale alla procreazione. Nei ceti più poveri, invece, l’intimità sessuale era vista come un comportamento naturale. Solo la gente comune, per mancanza di spazio, dormiva insieme. Agli inizi del Novecento l’abitudine di dormire separatamente cadde in disuso. Oggi, tutti sono d’accordo nell’affermare che dormire con il proprio o la propria partner è parte integrante della vita di coppia. In genere, quando ami qualcuno, dormire accanto a lui o lei ti dà un senso di pace e sicurezza. Se convivi con la persona che ami, qualche volta ti sarà capitato di dover dormire senza compagnia. Magari la dolce metà era in viaggio di lavoro. Non era strana quella sensazione? Non la percepivi come solitudine? Credo che molte persone siano d’accordo nel ritenere che la condivisione del letto sia uno dei segni distintivi della coppia che funziona.

Ora pensaci un attimo. Tu sei grande. Ti accapiglieresti tanto per il tuo piccolo che non vuole dormire da solo, se tu stesso o tu stessa non potresti immaginare di trasferirti in un’altra stanza senza nessuno accanto? Il tuo bambino ha diritto a quella piacevole sensazione di calore e benessere, che la prossimità della persona che ami dona anche a te. Deve passare un altro secolo, perché si smetta di pensare che dormire con i propri cuccioli  sia una pratica comune solo tra chi non può permettersi una stanza in più? Questo, infatti, era proprio quello che si diceva la padrona di casa in età vittoriana, quando pensava alla coppia che dormiva nello stesso letto: “chi può permetterselo, di certo non lo fa”.

Posso dire che quasi una volta a settimana sento donne esprimere preoccupazione. “Il bimbo nel letto non crea problemi alla coppia?” Analizziamo il fatto, per vedere se c’è davvero un problema. Vediamo se la cosa si può risolvere, senza compromettere l’armonia di nessuno. Credo che stiamo parlando dell’intimità tra i partner. Si è frettolosamente portati a pensare che con lui o lei nel mezzo, il sesso muoia. Ora, se è vero che con l’arrivo dei figli diminuisce il tempo a disposizione per l’intimità di coppia, è altrettanto vero che gli spazi della casa restano più o meno gli stessi. Voglio dire, ci si può incontrare in molte altre zone dell’appartamento, ai fini di ciò di cui stiamo discutendo. Questo vale soprattutto per chi abbia comprensibili inibizioni, relative all’uso dello stessa superficie dove sta dormendo lo scricciolo. Visto che la soluzione è così semplice, sto pensando che ci debba per forza essere qualcos’altro. Altrimenti non si vedrebbero così spesso donne sotto pressione, perché il babbo vorrebbe l’intruso fuori dal letto o si preoccupa tanto di sapere quando è che se ne andrà. Ricominciamo daccapo e immaginiamoci la scena. Uno dei due partner ha desiderio di intimità. Cosa fa? Spesso si è abituati ad andare a letto, poi prima o poi qualcuno si farà avanti. Naturalmente. E adesso? Che si fa con questo qui nel letto? Non si fa più nulla? Sembra che lo scricciolo se ne debba proprio andare a dormire da qualche altra parte. Invece io dico che la colpa non è dei nostri figli.

Ecco che pian piano ci avviciniamo al punto. È il dialogo. L’abitudine (a volte mancante) di comunicare al proprio partner i propri desideri e le proprie aspettative, riguardo all’intimità di coppia. Questo è il fulcro della questione. Vedi, quando questo manca, non ti resta altro che aspettare a letto. Ma quel letto ora non è più solo tuo, perché tempo fa hai deciso di avere un bambino e condividere con lui la tua vita e i tuoi spazi. Hai promesso di prenderti cura di lui. Questo include il rispetto del suo bisogno di vicinanza e affetto. Lo stesso che hai anche tu verso il tuo partner.

 

James J. McKenna, Safe Cosleeping Guidelines

Allora ecco che esce fuori un altro elemento mancante. L’informazione. Lo sai tu, mamma o babbo o amica o parente, che per un bambino piccolo dormire accanto alla sua mamma (nel rispetto di semplici norme per la sicurezza) è biologicamente appropriato? Ti hanno mai detto o hai mai letto, che tutti i bambini, quando si sentono pronti, preferiscono dormire in un loro spazio? Hai mai pensato di affiancare un lettino al tuo letto? Se col tuo piccolo già ci parli, puoi offrirglielo e vedere come va. Anche il noto brand di mobili svedesi ne fa uno leggerissimo ed economico. Potrebbe essere curioso ed entusiasta. Molti iniziano a dormirci per un po’ di tempo. Poi magari tornano nel tuo letto. A volte vogliono riprovare il loro lettino. Ti do un’altra idea. Hai mai sentito parlare del letto familiare? È un mosaico di letti. Lo puoi fare anche da te. Può essere un letto matrimoniale futon, a cui affianchi un lettino normale o in stile Montessori. Se non vuoi comprarli, puoi usare un po’ di creatività e progettare in maniera intelligente il vostro spazio per la notte. Puoi anche affiancare uno o più materassi singoli, di dimensioni normali e con le doghe, al letto di mamma e babbo. 

Alcuni usano bancali di legno per creare letti fai da te e poi spendono il vero budget in materassi di qualità. Se hai abbastanza spazio, questa soluzione permette a tutti di stare belli larghi, ma insieme. In più, non sprecherai soldi in culle e lettini temporanei. È un’idea utile anche per chi ha più di un bimbo e non vuole sacrificare nessuno.

 

Il letto familiare di Elizabeth and Tom Boyce, https://www.washingtonpost.com/news/morning-mix/wp/2015/10/21/heres-what-happened-when-a-family-of-7-started-sleeping-in-the-same-bed/?utm_term=.069715aebb1a


Bimbo Mammal ha dormito con noi fino al compimento dei due anni. Poi, ha voluto provare il lettino adiacente. Ora ha tre anni e mezzo e sente di nuovo il bisogno di dormire con noi. Perciò è tornato nel mezzo. Avere un cucciolo nel letto ci piace sempre tanto. Invece la sorellina più piccola ama rotolarsi e addormentarsi sul lettino laterale. Una vera fortuna che si siano alternati in maniera casuale e spontanea, dato che stare in quattro su un materasso non è possibile. Facciamo un passo indietro. Quando è nata Bimba Mammal, suo fratello aveva solo diciassette mesi e dormiva con noi da sempre. La camera della casa in Germania era un buco, non c’era spazio neanche per i comodini. Figuriamoci se potevamo aggiungere un lettino laterale o alla base del nostro letto. Allora io e la piccolissima ci siamo spostate nella cameretta degli ospiti, dove abbiamo trascorso le notti più dolci della nostra vita. Ognuno di noi ha cambiato disposizione diverse volte, anche per via del trasloco in India. L’importante è che tutti riposino bene. Sperimentare è la chiave di tutto. Che non si sacrifichi nessuno, però. Soprattutto non i piccolini. 

Siamo tutti troppo oppressi da ciò che fanno e dicono gli altri. Ma le esperienze sono personali. I bambini non sono macchine. I genotori sono individui. Perciò, quello che funziona per me può non andare per te e viceversa. Seguire con naturalezza il bisogno di vicinanza e affetto di tutti i componenti della famiglia e arrangiarsi così che tutti siano felici non è una cosa scontata. Siccome ho solo questa vita, io scelgo di vivere per me e non per gli altri. Non c’è uno che sciala e uno che sta male. Si parla, ci si confronta. Si trovano soluzioni che includano il benessere di queste creature che sono qui davanti a noi, per nostra scelta. 

Quando il nucleo familiare cresce, è normale che le dinamiche si complichino. Siamo esseri umani con desideri, bisogni e aspettative. È naturale che non basta più aspettarsi in silenzio nel letto. Soprattutto perché a volte non si riesce neanche più ad andare a letto insieme. Allora, bisogna cambiare qualcosa. Occorre aprirsi al partner e comunicare. Dobbiamo scoprire o ritrovare la naturalezza di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno. Si tratta di cercare del tempo per stare insieme da soli, almeno ogni tanto.

Salvaguardia la democrazia, perchè non muoia nel tuo letto.

Baby Alex si ribella all’isolamento

Babbo Mammal ed io non abbiamo la TV in casa. Ora siamo in vacanza da nonna in Italia e la televisione c’è. La mattina, mentre io preparo profumatissimi cappuccini ed affetto il pane casereccio per tutta la famiglia, i bambini guardano Peppa Pig. Piace anche a me, ma stamattina mi ha rattristato. Baby Alex, il maialino neonato, mette in crisi gli abitanti della casa, strillando tutta la notte. Dorme isolato nella sua cameretta e come ogni cucciolo mammifero si sveglia spesso, perché non vuole stare da solo al buio. Baby Alex ha bisogno della sua mamma e del suo babbo. Loro, però, non lo portano nella loro stanza. Figuriamoci nel loro letto. Invece, accendono l’aspirapolvere (per il cosiddetto rumore bianco), poi lo spingono intorno alla casa dentro la sua carrozzina. A quanto pare, è così che Baby Alex si riaddormenta, anche se per poco tempo. Alla fine, si accende involontariamente l’allarme della casa ed arriva perfino un elicottero di salvataggio, che fa un casino terribile. Con grande sorpresa di tutti, nel frattempo Baby Alex si è addormentato beatamente tra le braccia della sua mamma. Come commenta la mamma? Dice che Baby Alex si è addormentato grazie a tutto quel frastuono. Questa mamma Pig dovrebbe proprio leggersi Bésame Mucho. Baby Alex si è addormentato perché con lei si sente al sicuro. Ti ho appena raccontato dell’ennesima immagine distorta che ci propongono i mass media. Nei nostri bambini, attraverso i messaggi provenienti da cartoni animati, pubblicità, giocattoli, si rafforza l’immagine della normalità. Intesa come l’insieme degli elementi e delle abitudini che compongono la vita dei più piccoli. Invece no. Non è normale – vedremo di seguito in che senso – che un bambino dorma da solo, che sia nutrito al biberon, che si mantenga calmo principalmente con il ciuccio, che si addormenti tramite corse in carrozzina e molte altre cose.

Il Dottor James J. McKenna è un professore di antropologia e direttore del laboratorio del sonno tra la mamma ed il bambino, presso l’Università di Notre Dame, negli Stati Uniti. È un esperto di fama mondiale sul sonno infantile, in particolare sulla pratica della condivisione del letto, in relazione all’allattamento al seno. Secondo il professore, tutte queste raccomandazioni occidentali su come meglio prendersi cura dei neonati non hanno nulla a che fare con i neonati. Invece, hanno molto a che fare con le recenti ideologie culturali occidentali ed i valori sociali. Queste credenze e le pratiche che ne derivano riflettono quello che noi vorremmo far diventare i neonati, piuttosto che chi sono e di cosa hanno bisogno.

Oltretutto, come scrisse la scrittrice e giornalista britannica Christina Hardyment, nel lontano 1983, raccontare alle madri e ai padri come tirar su i propri bambini attraverso i libri (ed oggi i siti internet ed i blog) è senza dubbio stupido come l’invio di denti finti attraverso la posta, sperando che calzino bene.

Nelle classi del professor McKenna, gli studenti imparano che il neonato umano è il più vulnerabile, più bisognoso di contatto fisico, più lento nello sviluppo e più dipendente, tra tutti i primati ed i mammiferi in generale. In gran parte, questo è dovuto al fatto che gli esseri umani nascono neurologicamente prematuri. Affinché il bambino attraversi in modo sicuro il piccolo pavimento pelvico della madre – requisito architettonico umano, che ci permette di camminare in verticale -, il neonato deve nascere con solo il 25 per cento del suo volume di cervello adulto. Ciò significa che i suoi sistemi fisiologici non sono in grado di funzionare in modo ottimale senza il contatto con il corpo della madre, che continua a regolare il bambino in modo molto simile a quello che avviene durante la gestazione. Ashley Montagu, antropologo e saggista inglese, chiama questa fase “gestazione esterna“. Toccare i neonati influenza il loro respiro, la temperatura corporea, il tasso di crescita, la pressione sanguigna, la temperatura corporea, i livelli di stress e la crescita stessa. In altre parole, il corpo della madre è l’unico ambiente a cui l’infante umano è adattato. Blaffer Hrdy (antropologa), 1999, scrisse che per tutte le specie come i primati – che condividono con noi più del 98% dei geni -, la madre è l’ambiente stesso del bambino. Ricordi come si addormenta Baby Alex? Il dottor Winnecott, famoso psicologo infantile, disse: “Non esiste un bambino, c’è un bambino e qualcuno”.

Questo è un punto di partenza scientifico profondamente vero, per capire perché i bambini non accetteranno né risponderanno mai (se non ad un certo costo) a tutti gli sforzi che fanno gli adulti, per farli dormire da soli. L’ambiente del sonno infantile solitario rappresenta una crisi neurobiologica per il neonato umano, poiché questo micro-ambiente è ecologicamente invalido per soddisfare le esigenze fondamentali dei neonati umani. Infatti, dormire da solo in una stanza e non essere allattato al seno sono ora riconosciuti come fattori di rischio indipendenti per SIDS (Sudden Infant Death Syndrom, morte in culla). Questo fatto spiegherebbe anche perché la maggior parte del mondo (cioè quello non occidentale) non ha mai sentito parlare di morte in culla: in Giappone, ad esempio, dove la condivisione del letto e l’allattamento per diversi anni sono la norma, il tasso dei decessi infantili per SIDS è tra i più bassi al mondo.

Darcia Narvaez, dottorato di ricerca, è professore di psicologia, anche lei presso l’Università di Notre Dame. È specializzata nello sviluppo etico e nell’educazione morale ed è membro dell’American Psychological Association (APA, è un’associazione di categoria, professionale e scientifica, che rappresenta gli psicologi negli USA). Ha pubblicato diversi libri, ha vinto degli award, scrive un blog di psicologia chiamato “Paesaggi morali” ed è redattore esecutivo del Journal of Modern Education (giornale di educazione morale). Ha studiato recentemente il “nido evolutivo dello sviluppo”, Evolved Developmental Niche (EDN), e come questo influenzi lo sviluppo morale, le capacità morali e le preferenze dell’uomo. Questo nido, o nicchia, in cui vengono cresciuti i piccoli, è un insieme di elementi e sorse oltre 30 milioni di anni fa, con l’emergere dei mammiferi sociali. È composto daallattamento al seno per diversi anni, contatto fisico quasi costante dall’inizio, condivisione della superficie su cui si dorme, adeguata risposta ai bisogni in modo che il bambino non si stressi, compagnia giocosa di individui di età diverse tra loro, presenza di diversi adulti – non solo la mamma – che si occupino del bambino, sostegno sociale positivo ed esperienze perinatali positive. In base alla ricerca antropologica, il nido (o nicchia evolutiva) è stato solo leggermente alterato, nel  corso della storia dell’uomo e tra i diversi gruppi umani. Questo, dunque, sarebbe l’ambiente in cui il genere umano ha vissuto per il 99% della sua storia sulla terra. Fa parte del modo in cui l’uomo è evoluto. Significa che è ciò che ha aiutato i nostri antenati a sopravvivere. Il team di ricerca che lavora con la professoressa Narvaez usa questo concetto di riferimento, per determinare ciò che favorisce la salute ottimale dell’essere umano, la sua benevolenza e lo sviluppo di una morale compassionevole. In particolare si interessano dei suoi effetti nei bambini da zero a tre anni. Sono noti gli effetti longitudinali sulla pro-socialità dei bambini (cooperazione e impegno sociale), sul comportamento e sulle abilità cognitive (intelligenza, ascolto, comprensione ed espressione verbale), nell’arco dei primi tre anni di vita. Nella società moderna industrializzata, gli elementi del “nido” vengono spesso a mancare. L’allattamento prolungato è in disuso. Alcune mamme non si sentono abbastanza rilassate da allattare al seno, perché stanno già anticipando mentalmente il ritorno a lavoro. Spesso sono lontane dalla famiglia di origine, quindi sole ad occuparsi di tutte le mansioni e ben preso magari anche esaurite. Gli adulti evitano di tenere in braccio un bambino, limitando il contatto fisico, per paura di viziarlo. I bambini vengono tenuti per molto tempo in carrozzina, nel box e dormono nella culla. Si cercano selvaggiamente consigli e strategie, nei siti internet, nei blog, nei libri di presunti esperti, quando i piccoli si ribellano a queste forme di isolamento. La minaccia e la punizione sono gli strumenti educativi più diffusi. La fretta di far diventare i bambini indipendenti ed autonomi, attraverso la negazioni di diversi loro bisogni, a volte ne impedisce uno sviluppo ottimale.

Tieni sempre a mente, che soddisfare il forte bisogno di dipendenza di un bambino è la chiave per aiutarlo a raggiungere l’indipendenza. I bambini superano questo bisogno in tempi del tutto personali. Quelli che raggiungono l’indipendenza a loro modo diventano più autonomi di quei bambini che sono stati forzati prematuramente a diventare indipendenti (González, 2012).

Per uno sguardo veloce alle semplici regole da seguire per dormire insieme in tutta sicurezza, il foglio illustrativo dell’ISIS (Infant Sleep Information Source) è di facile consultazione. Le indicazioni elaborate da James J. McKenna, il più grande esperto al mondo sul tema, si trovano in Inglese, sul sito del suo Laboratorio del sonno comportamentale. Se invece ti interessa approfondire più in generale il tema del sonno, l’articolo Sweetdreams are made of this fa al tuo caso.

Ora mi butto sul letto con i miei due piccoli mammiferi. Ci ascoltiamo La Ninna Nanna di Piuma il pulcino. Per fortuna, questa finisce così: “farai dolci sogni, accoccolato sempre con la mamma ed il papà”.

la donna della mia vita

Con i tuoi soli due anni, sei già la donna più fantastica della mia vita. Sei laboriosa come una formichina, forte come Wonder Woman, educata come una principessa, sportiva come Bimbo Mammal, giudiziosa come zio Marco (e permalosa come mamma). Hai il sorriso dolcissimo di babbo e ogni volta che mi guardi con quegli occhi grandi e profondi, mi strappi via il cuore. È tuo. Avevi pochi minuti, quando ti hanno fatto scivolare dolcemente dentro l’elastico sul mio stomaco. Solo in quel vero istante, la paura è uscita da quella stanza fredda e sterile, dove stavo piangendo come una bambina, poco prima, quando mi infilavano gli aghi nella schiena. In quel momento, siamo diventate una sola persona. Tu ed io, per sempre.

Wonder Woman

Con te, sono diventata mamma per la seconda volta. Ero già più esperta ed ho cercato di dare il meglio di me. Se sono diventata una mamma brava, di quelle che fanno le cose giuste, è soprattutto grazie alla tua forza.

Avevi sette mesi. Da lì, per nove lunghi mesi, ti sei svegliata di continuo. Penso ogni ora o due. Io non ne potevo più di allattarti così spesso durante la notte, anche se dormivi con me nel lettone (non è che dovessi poi fare tanta fatica, ad esempio per alzarmi). Una dottoressa brava, mi disse che si trattava di ansia da separazione. Una fase tipica dello sviluppo di un bebè. Disse che non ci potevo fare nulla, se non starti accanto e darti il latte così, come tu chiedevi. Io, però, ero un po’ a pezzi. Allattare te è una delle esperienze più belle e toccanti della mia vita. Lo rifarei cento, mille volte, per sempre. Tuttavia, non dormire per un paio d’ore di fila mi stava mandando fuori di testa. Così, come forse sarà accaduto a tante mamme, per la fretta mi sono imbattuta nel libro controverso (e per certi versi anche “pericoloso”) di Tracy Hogg. Buona la parte sulla competenza sociale, ma stai molto in guardia per quanto riguarda il tema della nanna, l’allattamento ed il tipo di relazione mamma-bambino, che viene auspicata. Insomma, ho iniziato il tuo sleep-training, seppure nella forma più lieve di questa brutta pratica. Volevo che dormissi di più. Come la metti, è sempre una cosa ingiusta: dormire non è un comportamento che si può insegnare (J. McKenna, PhD, FAQ nr 34; J. McKenna, 2007; Sarah J Buckley, 2009; C. González, 2012; R. Rainbolt, 2016). Dormire è un atto naturale per tutti, grandi e piccoli. È una pura funzione biologica e ad avere bisogno di un bel training sono i genitori. Il solo compito di mamma e babbo è rendere piacevole il momento della nanna. Solo le abitudini quotidiane collegate al sonno possono essere insegnate: la pulizia dei denti, un bagnetto ed un massaggio, il pigiama, leggere insieme un libro illustrato, abbassare le voci e le luci. Dobbiamo farci guidare dal rispetto. Invece, quella volta, ho provato a smettere di allattarti di notte (tra mezzanotte e le cinque del mattino). Eri così piccolina, amore mio. Ti addormentavo in braccio con la musica, anziché al seno. Per dissociare il seno dalla nanna, nella tua testolina. Che assurdità. Chi ci pensava, che i piccoli umani sono programmati dalla natura, per cercare spesso il latte della mamma (González, 2012). Siamo andate avanti così per circa una settimana. Pian piano ho eliminato anche la nostra danza affettuosa e ti ho messo ancora sveglia nella culla. Ogni tanto per giocare. Quando pensavo avessi familiarizzato, ti ci ho messo a dormire anche di notte. Avevi un paio di giochini accanto. Io stavo sdraiata a cantare canzoncine, lì fuori. Ha funzionato all’inizio, ma è durata molto poco, forse un paio di settimane. Il piano diceva che appena piangevi, dovevo prenderti fuori dalla culla. Appena ti calmavi, dovevo rimetterti giù. Se il bebè piange, si ritira su. E via di seguito, fino allo sfinimento. Il piano infatti prevede che si possa continuare così anche cento volte (come numero, almeno i primi tempi), finché tu non avessi smesso del tutto e ti fossi addormentata per bene. Ora traduco: poteva continuare così, finché tu non avessi capito che tra te e me non c’era comunicazione effettiva ed efficace. Finché tu non avessi capito che solo io avevo il controllo. Ti sei ribellata. Grazie! Il compito di una mamma amorevole è quello di stringere la sua bambina tra le sue braccia, ogni volta che ne abbia bisogno. Questa mamma può chiedere aiuto (al babbo, ad esempio) o lasciarsi aiutare (dal babbo, ad esempio). Siamo state tanto male, ma tu certo più di me. Perché io provavo e riprovavo. Tu urlavi e mi imploravi, finché ho ceduto. Ci ho messo troppo a capire. Quando un bimbo non accetta qualcosa e piange, vuol dire semplicemente che non è pronto (W. Sears, 2001). Il pianto è il mezzo di comunicazione più importante, di cui disponga un bambino piccolo, perché i suoi bisogni naturali vengano colmati. E tu sei sempre stata una bambina con un fortissimo bisogno di contatto fisico. Provo vergogna. Grazie per aver continuato a comunicare con me, per non aver ceduto e per aver avuto la forza di insistere, finché capissi che tutto quel dolore era sbagliato. Grazie per avermi perdonato. Arrivò la primavera. Una cara amica – e un po’ di buon senso – mi hanno guidato verso una letteratura più intelligente, che si basa su nozioni di tipo scientifico. Neanche la scienza ha valore universale, figurati quanto minimo è il peso che dovremmo attribuire alle opinioni di esperti presuntuosi (che, guarda caso, non riportano alcuna bibliografia). Così, durante una notte d’estate, quando stavamo da nonna in Italia, Bimbo Mammal mi disse: “Mamma, per favore, dalle il latte. Little piange, non vedi che vuole il latte?” Bimba Mammal, stava nel letto tra lui e me. Non lo dimenticherò mai. In un istante ho capito tutto. Un bambino così piccolo. Nelle sue parole c’era la forza della natura. Nel suo respiro, fluttuava l’anima di tutti i bambini del mondo. Le diedi il latte. Tutti tornammo a dormire. Il numero dei risvegli diminuì bruscamente. Ci sono fasi dello sviluppo e ci sono bisogni da colmare. Ora so, che solo i cuccioli d’uomo, paragonati ai primati, sono così poco sviluppati al momento della nascita (con solo il 25% di un cervello adulto). È dovuto alla nostra posizione eretta, che richiede un bacino piccolo. Per questo corpo, perché sia possibile il parto, la testa del bebè deve essere piccola. Secondo l’antropologia, i piccoli umani nascono addirittura con diciotto mesi di anticipo. È per questo motivo, che hanno bisogno delle cure più intense e prolungate nel tempo.

Se ti interessa approfondire l’argomento delle tecniche per far addormentare un neonato, ti consiglio questo e poi anche questo articolo di Darcia Narvaez (dottorato di ricerca e professore di psicologia presso l’Università di Notre Dame. È specializzata nello sviluppo etico e nell’educazione morale ed è membro dell’American Psychological Association).

Ora sono una persona diversa. Sono cambiata. Sono cresciuta. Vedo il mondo da dietro i tuoi occhi. Vedo le tue lacrime e mi lascio guidare da esse. Perché sei pura e intatta. Il tuo sorriso ha la forza di un uragano. La nostra relazione è l’unica cosa che conta. Se un giorno tutto venisse spazzato via, il nostro amore sarebbe ciò che rimane.

l’allattamento prolungato per la mamma e il suo bambino

Una collega indiana di Babbo Mammal ha appena avuto una bambina. Senza pensarci due volte, le abbiamo comprato IL libro sulla genitorialità consapevole e rispettosa: William Sears e Martha Sears, The Attachment Parenting Book : A Commonsense Guide to Understanding and Nurturing Your Baby. È un libro sul legame tra genitori e bambini. William Sears è dottore in medicina e specializzato in pediatria. Ha completato i suoi studi presso l’ospedale dei bambini del Harvard Medical School e il Toronto Hospital for Sick Children, che è l’ospedale per bambini più grande al mondo. Da circa cinquant’anni, esercita con grande successo la sua professione. Sua moglie, Martha, è ostetrica, educatrice e consulente per l’allattamento. In America sono un’istituzione. Hanno scritto e co-scritto circa una quarantina di libri, alcuni dei quali sono diventati assoluti best-seller e forniscono tutt’ora le linee guida a genitori di tutto il mondo. Il Dr. Bill (si fa chiamare così) ha coniato il termine Attachment Parenting (AP). L’attaccamento genitoriale (AP) è una filosofia parentale che, attraverso metodi gentili, mira a promuovere l’attaccamento della madre, del padre e del neonato. Non avviene solo attraverso la massima empatia materna (e paterna) e l’accoglienza dei bisogni del bambino, ma anche tramite la vicinanza ed il contatto fisico. La sua filosofia trae ispirazione da Jean Liedloff ed il suo capolavoro del 1975: The Continuum Concept. L’idea è che gli esseri umani hanno un innato insieme di aspettative (che Liedloff chiama il continuum) e la nostra evoluzione (come specie, cioè quella umana) ci ha progettato per soddisfare questi bisogni. Lo scopo della soddisfazione di tali aspettative è quello di raggiungere uno sviluppo ottimale e un’adattabilità fisica, mentale e emotiva. Secondo Liedloff, per raggiungere questo livello di sviluppo, i giovani esseri umani, soprattutto i bambini, richiedono il tipo di esperienza a cui la nostra specie si è adattata, tramite la selezione naturale, durante il lungo processo della nostra evoluzione. Una di queste esperienze necessarie, insieme a 1. il contatto immediato tra mamma e neonato dopo il parto, 2. il contatto fisico costante ed il portare in braccio il bambino, 3. la condivisione del letto (l’UNICEF riporta i dati scientifici più recenti, in supporto di questa pratica, purché in assenza di determinati fattori di rischio), 4. l’accoglienza del pianto e dei bisogni del bambino, è proprio 5. l’allattamento prolungato.

Il dottor Sears racconta delle volte in cui ha sentito mamme in attesa dire: “Non ho intenzione di essere una di quelle mamme con un bimbo di due anni, che le tira la camicetta e chiede il suo latte.” Sears è felice di poter riportare che molte di quelle stesse mamme, in seguito, hanno continuato ad allattare i loro bambini anche oltre l’infanzia. Così, il suo consiglio è di non parlare troppo forte, prima di aver provato. L’allattamento prolungato è un aspetto importante dell’attaccamento genitore-bambino e allo stesso un tema molto controverso. Per fortuna (dei piccoli e delle loro mamme) – come riassume efficacemente la celebre consulente per l’allattamento Kelly Bonyata, BS, IBCLC – la ricerca moderna non fa che esaltarne i molteplici benefici. Il Dr. Bill racconta di mamme, felici del fatto che il loro latte aiuti a guarire le feritine dei loro piccoli e li aiuti ad addormentarsi dolcemente, senza guerre e tempi lunghi. Inoltre, i momenti in cui la mamma allatta sono spesso gli unici, in cui riesce a sedersi un po’ e a rilassarsi fisicamente e mentalmente (esperienza che anch’io condivido al cento per cento). Allattare un bimbetto vuol dire anche aiutarlo a ritrovare la pace e la tranquillità, nel tempo in cui esplora e sfida i propri confini, ritrovandosi spesso frustrato dalle cose che non può fare (usare coltelli affilati, annaffiare tutto il bagno con la doccia, stare in vasca per ore, acchiappare il gatto per la coda, eccetera). L’allattamento aiuta la mamma che lavora a riconnettersi con il suo piccolo, quando tornano a casa, dopo una lunga giornata separati. Li aiuta a ricongiungersi profondamente in quei giorni, in cui sembrano ritrovarsi solo in conflitto. Per molte mamme, è impossibile immaginare di non avere più questo legame così unico e speciale. Il mio latte significa così tanto per Bimba Mammal e me. Come (e soprattutto perché, a meno che io non cercassi una nuova gravidanza) potrei rifiutare di darle qualcosa di così importante, per il suo benessere emotivo? L’allattamento prolungato regala ricordi bellissimi, che riempiono il cuore (e gli occhi di lacrime). Come dice il Dr. Bill, non c’è nient’altro che renda una mamma più orgogliosa e sicura di sé.

Per chi, invece, avesse dubbi sul potere nutrizionale del latte materno nel secondo anno di vita di un bambino, allego la tabella sottostante. Viene dal Model Chapter for textbooks for medical students and allied health professionals on Infant and Young Child Feeding (=manuale per libri di testo per studenti di medicina e professionisti del settore sanitario), di OMS e UNICEF.

La tabella elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostra il divario di energia, proteine, ferro e vitamina A, che deve essere colmato da alimenti complementari, per un bambino allattato di 12-23 mesi di età. La parte in colore leggero di ogni colonna mostra la percentuale delle necessità quotidiane del bambino, che possono essere fornite da un apporto medio di 550 ml di latte materno. La parte in colore scuro della colonna mostra il divario che deve essere colmato. Il divario più grande è per il ferro, quindi è particolarmente importante che gli alimenti complementari contengano ferro, se possibile proveniente da alimenti di origine animale, come carne, interiora, pollame o pesce. I legumi (piselli, fagioli, lenticchie) e la frutta secca (noci, nocciole, mandorle, eccetera), abbinati a cibi ricchi di vitamina C per aiutarne l’assorbimento, forniscono un’alternativa, ma non possono sostituire completamente gli alimenti di origine animale. Il latte materno del secondo anno di vita del bambino copre più del 50% del fabbisogno di proteine e più del 75% del fabbisogno di vitamina A.

Gli studi più recenti sono concentrati sui risultati a livello intellettuale: la durata dell’allattamento contribuirebbe allo sviluppo mentale e sociale dell’individuo, con risultati concreti in età adulta. Così, il bambino fortunato è anche quello che può bere il latte della sua mamma fino a due anni e – volendo – anche oltre. La European Society for Paediatric Gastroenterology Hepatology and Nutrition (ESPGHAN) e l’American Academy of Pediatrics (AAP) raccomandano che le madri allattino per almeno un anno (e oltre). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF ne raccomandano almeno due (e oltre). La Academy of Breastfeeding Medicine sottolinea che allattare oltre l’infanzia è la norma biologica per l’essere umano e l’età media per lo svezzamento dal seno va dai due ai cinque anni: il bambino gode di maggiore salute fisica e mentale, perché il latte umano contiene sostanze nutritive, anticorpi e sostanze immunomodulanti, che non sono presenti nella formula infantile o nel latte vaccino; per la mamma si riduce il rischio di cancro al seno, cancro ovarico, diabete, ipertensione, obesità e attacco cardiaco. Così, quando i nostri amici chiedono “Ancora allatti?”, Babbo Mammal ed io rispondiamo con orgoglio, che stiamo seguendo il consiglio delle maggiori organizzazioni scientifiche mondiali.

Secondo la Dottoressa Katherine A. Dettwyler, noto professore associato presso l’Università di Delaware in Newark (Stati Uniti), che si occupa di antropologia bioculturale, ci sono tre grandi ragioni per continuare ad allattare un bambino fino ad un massimo di 6-7 anni. La maturazione del sistema immunitario avviene intorno ai 6 anni di età. Fino a questo traguardo, esso necessita – tra le altre cose – dei linfociti presenti nel latte materno. Secondo motivo, il cervello umano non raggiunge le dimensioni “adulte” prima dei 6-7 anni di età. La presenza nel latte materno di un’elevata quantità di acidi grassi polinsaturi, in particolare a lunga catena, rendono l’allattamento essenziale per lo sviluppo ottimale del cervello e della retina. Solo pochi, di questi grassi, sono stati aggiunti al latte artificiale. È importante notare, che la concentrazione dei grassi tende ad aumentare nel latte materno verso la fine della poppata, inducendo nel bambino lo stimolo della sazietà. Questo non avviene per l’alimentazione artificiale, dal momento che questi latti mantengono la stessa composizione dall’inizio alla fine della poppata, dilatando eccessivamente le pareti dello stomaco ed inducendo i bambini a mangiare più del necessario. Terza ragione, la psicologia dello sviluppo individua un significativo cambiamento nei processi intellettivi, che avverrebbe intorno ai 7 anni di età. Inoltre, è a questa età che sopraggiungono i primi molari permanenti, i quali potenziano la capacità del bambino di trasformare il cibo. Questi elementi suggeriscono che i primi 6-7 anni di vita del bambino sono l’età, in cui egli è ancora dipendente da cure materne intensive, compreso l’allattamento al seno, per uno sviluppo ottimale.

Per finire, l’allattamento prolungato aiuta chi implementa una disciplina positiva (= no minacce, no punizioni, limiti posti sotto forma di scelte offerte, riflessioni, accoglienza delle emozioni e guida al riconoscimento di esse, empatia, rispetto). La Leche League International (LLLI) è un gruppo internazionale non-profit, fondato nel 1956, che distribuisce informazioni e promuove l’allattamento al seno. Secondo le sue portavoce, l’allattamento al seno può anche aiutare un bambino a comprendere la disciplina. La disciplina insegna ad un bambino ciò che è giusto e ciò che è bene. Non ha niente a che fare con la punizione per un normale comportamento del bambino. Per aiutare un bambino a crescere attraverso la disciplina, egli deve sentirsi bene con sé stesso e rispetto al suo mondo. L’allattamento al seno aiuta un bambino a sentirsi bene, perché i suoi bisogni fisiologici ed emotivi sono stati soddisfatti.

Poco tempo fa, una mia carissima amica mi ha sfidato nella riflessione sul rapporto tra le cure materne intensive – incluso allattamento e babywearing – e il tempo a disposizione della mamma e del babbo moderni. Basandomi sulla mia esperienza personale e sulle informazioni raccolte nel corso di questi ultimi anni, le ho risposto che la mancanza di tempo è l’alibi dei genitori disinformati o poco predisposti all’accoglienza dei bisogni del bambino. Questo, non perché siano genitori cattivi, ma spesso come risultato del sistema di valori prevalente nella società moderna ad alto tasso di psicopatia. La mamma che lavora può allattare il suo bambino quando è a casa, come fa anche una mia amica che lavora a tempo pieno dal lunedì al venerdì e mezza giornata anche il sabato. I primi mesi lo spremeva un paio di volte a lavoro, per mantenere alta la montata lattea. Impieghi quanto a scorrere le foto sui social network. Quindi, è una questione di predisposizione mentale.

Gisele Bündchen, topmodel

In genere, a partire dalla fine del primo anno di vita in poi, spremere non serve più, dato che il bambino mangia già altre cose. La mamma può allattarlo la mattina, poi quando torna a casa dal lavoro, quando accompagna il bambino a letto e, se vuole (più che altro se godono della gioia e della bellezza della condivisione del letto), anche durante la notte. Insomma, usi il tuo latte come fai con tutti gli altri prodotti in dispensa: li offri quando siete insieme. Per quanto riguarda la fascia, il bambino può starci tutte le volte che mamma e babbo fanno una passeggiatina all’aperto. Cosa che, tra l’altro, farebbe molto bene anche a loro. Certamente, può starci anche in casa. “Indossare” un bambino vuol dire averlo calmo, “connesso” e prossimo a tutti gli stimoli provenienti da ciò che sta facendo la persona che lo tiene. In più, questa persona ha le mani libere per fare tante cose, se necessario. La cosa buffa è che allattamento e fascia, oggi, sembrano quasi essere

Nicole Trunfio, topmodel

abitudini di nicchia. Cioè, non fanno parte del mainstream genitoriale, nella società moderna occidentale. L’allattamento prolungato è spesso riscontrato tra donne di classe sociale media e alta, donne che lavorano fuori casa e donne con un alto livello di istruzione (dottorato di ricerca, dottore in medicina, master of science, eccetera). In Italia, allattano per meno tempo le mamme con livello di istruzione e condizione socioeconomica più bassi e quelle residenti nelle regioni meridionali. In realtà, allattare al seno per diversi anni e trasportare il bambino nella fascia (cosa che ho visto fare molto alle mamme tedesche) sono delle pratiche antichissime, i cui benefici vengono esaltati proprio in questi ultimi anni.

A parte questo, mi diverto a guardare i brelfies di celebri attrici e modelle. Il consiglio che ti do oggi è: sii cool, libera e allatta finché ti piace.

È un vero peccato, che solo pochi libi del Dr. Bill siano stati tradotti in Italiano. Io lo conosco bene, perché leggo spesso le pagine istruttive del suo sito internet. Inoltre, viene citato continuamente in molte altre opere e articoli online. Così, non abbiamo resistito e abbiamo iniziato a leggerlo, facendo attenzione a non sgualcire le belle pagine larghe. Se leggi volentieri in Inglese, cerca di non perdertelo, perché aiuta davvero tanto.

la mamma naturale tra educazione e isolamento

Bambole mainstream con biberon

Da qualche tempo ho in mente un post come questo. Voglio parlare della condizione di quella piccolissima percentuale di mamme (italiane, comunque occidentali) che praticano natural mothering. Significa essere mamma in maniera naturale. È un concetto di cui parla molto anche il Dr. Sears, pediatra americano di fama internazionale, autore e co-autore di oltre trenta libri sulla genitorialità. È una mamma che, innanzitutto, pratica ecological breastfeeding: tiene il bambino con sé più tempo possibile, lo allatta a richiesta (pag. 11-13) giorno e notte, offre il seno per confortare il piccolo, allatta in posizione sdraiata per il sonnellino pomeridiano e la messa a letto serale e non utilizza biberon né ciuccio. Si crea un’alchimia ormonale tutta speciale, che coinvolge prolattina, ossitocina e serotonina, e che possiamo chiamare attaccamento. È il forte legame affettivo tra la mamma e il suo bambino, che rende la mamma particolarmente aperta all’accoglienza dei bisogni del suo piccolo. A proposito, mi viene in mente una curiosità: la ricerca riporta che l’allattamento – in maniera direttamente proporzionale alla frequenza e alla durata nel tempo – protegge anche il bambino da maltrattamenti fisici, trascuratezza e violenza psicologica da parte della madre. In realtà, natural mothering è il modo più semplice di essere mamma, dato che la vita si semplifica sotto molti punti di vista: basso costo (basti tu e il tuo istinto), grande flessibilità (non c’è dipendenza da orari e oggetti), maggiore conoscenza e comprensione del bambino (natural mothering influisce sull’ascolto del bambino da parte della mamma e sulla comunicazione reciproca, con effetti a lungo termine), maggiore senso di sicurezza della mamma e volontà di cooperazione da parte del bambino (tende a seguire i comportamenti della mamma).

Questa è la mamma che il mainstream genitoriale definisce estremista, fanatica, fissata. Ci sono anch’io ed è per questo che ne parlo. A volte mi sento isolata. Che paradosso, per la società moderna, che invece dovrebbe cercare di fare tagli in termini di tempo ed energia. Cos’è più dispendioso, allattare a richiesta o stare a orari? Slacciare la camicetta o comprare, sterilizzare, mescolare, scaldare, lavare, ri-sterilizzare? Andare a letto insieme e lasciar addormentare dolcemente (ed in poco tempo) il bimbo, nell’unico modo previsto da madre natura – decine di milioni di anni fa – o implementare strategie stressanti per tutta la famiglia e tossiche (a livello neurologico) per lo sviluppo del bambino? Tenere in braccio o in fascia il bambino, quando ha bisogno di contatto e movimento (ricordi? come in pancia), o far oscillare all’infinito la tanto amata carrozzina? A che scopo tutto questo stress? Insegnare ai bambini piccoli ad addormentarsi senza la mamma, controllare il pianto, insistere perché comprenda, pian piano, che mamma non lo prenderà in braccio e che deve farcela da solo significa non rispondere ai bisogni emozionali. Sono tutti ingredienti per un’ottima ricetta: creare mancanza di fiducia, individui impulsivi, irrequieti, che guardano il mondo con occhi ostili e chiusi in sé stessi. Ne vedo ogni giorno e conosco le dinamiche di queste famiglie intorno a me. Perché le mamme non sanno più vedere un bambino per ciò che è? Perché non vedono più l’allattamento come un appuntamento per le coccole? Perché corrono urlanti dal pediatra, esclamando “non ce la faccio più!”? (Ora che ci penso, perché dal pediatra e non dall’ostetrica?) Sono convinta che sia un problema culturale: è un atteggiamento mentale. La cultura moderna ci dice di fare cose molto diverse da ciò di cui hanno bisogno i bambini molto piccoli. Così i genitori si affannano, perché l’istinto, che è evoluto attraverso milioni di anni, suggerirebbe di fare ben altre cose: tenerli in braccio, coccolarli, farli dormire con noi. Tutto questo genera conflitto. Filtra.

Di seguito, riporto un passo significativo, tratto dalla Dichiarazione congiunta OMS/UNICEF, L’allattamento al seno, protezione, incoraggiamento e sostegno:

L’esperienza e l’educazione ricevuta dalle donne fin dalla prima infanzia influisce in seguito sul loro atteggiamento e comportamento nei confronti dell’allattamento al seno. Il vedere abitualmente altre donne che allattano, specialmente nella stessa famiglia o gruppo sociale, è soltanto uno dei vari esempi grazie ai quali le ragazze e le giovani donne possono sviluppare un atteggiamento positivo verso tale pratica. Laddove prevale la “cultura del biberon”, le ragazze e le giovani donne non hanno modelli positivi di allattamento al seno nella loro esperienza quotidiana. Non è sorprendente che in tale ambiente le donne adulte abbiano frequentemente una conoscenza scarsa o addirittura nulla dell’allattamento al seno o della sua attuazione, manchino di fiducia nella loro capacità di allattare e non siano circondate da familiari, amici o altri sostegni sociali chele aiutino a superare gli eventuali problemi connessi. In casi estremi, intere generazioni di giovani madri non hanno mai visto una donna allattare al seno e non conoscono nulla di questa pratica che considerano antiquata e non più necessaria. È chiaramente preferibile non attendere che queste donne partoriscano senza prima essere state educate e motivate ad allattare al seno i propri figli. Anche desiderandolo, poche madri hanno la probabilità di riuscirci in tali circostanze.

Mainstream è il pensiero corrente e diffuso, che si contrappone alle tendenze minoritarie: è convenzionale, comune e dominante. Non devi far nulla, solo seguire il branco. Il mainstream beneficia di un seguito di massa, perché è generalmente diffuso dai mass media. Eccoli qua: i mezzi di comunicazione di massa. Rappresentano l’alimentazione artificiale come normale ed il seno come forte oggetto sessuale, svuotato della propria funzione biologica (nutrire i cuccioli). Le bambole hanno quasi sempre un piccolo set con biberon o ciuccio. Le ragazze sui cartelloni ci sbattono in faccia un seno spropositato e uno sguardo super-erotico. Questo è il modello culturale, con cui crescono i nostri bambini. A volte, per quanto io sia discreta (ma niente toilette o coperta in testa ai piccoli!), mi ritrovo davanti dei ragazzini, con sguardo riluttante. Una volta, uno mi ha chiesto “What is she (Bimba Mammal) eating?!”. Io gli ho risposto “Something you don’t have in France“. (Sulla situazione della povera Francia, il libro uscito nel 2016 della giornalista ambientale Jennifer Grayson – Unlatched – offre uno scorcio angosciante.)

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Gli schermi informativi dentro gli ospedali, gli esperti nelle università, i medici all’interno delle più grandi organizzazioni scientifiche internazionali, psicologi, psichiatri e antropologi ripetono che i genitori devono informarsi. Non basta essere mamma o babbo: questo alibi non funziona. Se tutto ciò che sappiamo sui bambini lo abbiamo appreso in maniera casuale, tramite la cultura popolare e i mass media, il rischio di essere genitori superficiali è molto alto.

Il Dr. Elliott Barker è un noto psichiatra canadese, fondatore e direttore della Società Canadese per la prevenzione della crudeltà sui bambini (CSPCC) e redattore di una rivista molto stimata sulla genitorialità empatica (al momento non più pubblicata). Tra i maggiori ostacoli alla crescita di bambini sani, cita la mancanza di preparazione dei genitori. Racconta di come negli Stati Uniti ci siano già delle scuole, in cui l’educazione genitoriale fa parte del curriculum scolastico dei ragazzi fino all’età di quindici anni. Serve a prepararli a una professione che, in futuro, eserciteranno con grande probabilità. Darcia Narvaez, dottorato di ricerca, è una testa calda per il movimento della genitorialità consapevole. È ricercatrice in neuroscienze, presso l’Università di Notre Dame e dirige un centro per l’educazione etica. In un’intervista interessantissima, parla delle connessioni tra la neurobiologia infantile, la mancanza di una cultura “morale” e le crisi ecologiche correnti, create da adulti disconnessi, non-empatici: un prodotto, a loro volta, delle moderne pratiche genitoriali e delle credenze culturali. Come si fa a guarire noi stessi e riparare i danni, che si traducono in persone marce, sistemi di valori marci e un pianeta marcio? Narvaez dice che bisognerebbe installare un allarme, per gli adulti che considerano l’idea di mettere al mondo dei figli. Servono dei programmi educativi per preparare gli adulti, data la scioccante mancanza di sostegno che dovranno affrontare, in una cultura fatta di codici sociali e politici “immorali”: spinge ad ignorare e rifiutare le esigenze naturali dei neonati. Bisogna sensibilizzare, istruire i genitori sui bambini e renderli più consapevoli: non accogliere i bisogni di base del bambino genera problemi. Forse non lo vedranno subito, magari in adolescenza o in età adulta: depressione, ansia, crisi di panico, un sistema immunitario debole e molto altro ancora. Tutta questa roba viene in gran parte determinata in quei primi anni, dal modo in cui i genitori si prendono cura dei loro bambini. A molte persone fa comodo non pensare a queste cose.

 

Quali sono allora le raccomandazioni della psicologa americana, per essere una mamma mammal (mammifera) e naturale?

Tieni in braccio il tuo bambino. Studi sui mammiferi mostrano che la separazione fisica da chi si prende cura di lui crea uno stato di disorganizzazione dei sistemi fisiologici.

Promuovi il contatto visivo. Guardare un bambino a lungo e dolcemente aiuta il suo cervello a connettersi, ponendo le basi per un’interazione sociale positiva.

Allatta più a lungo possibile. Il latte materno ha il giusto equilibrio di ormoni per lo sviluppo del cervello (l’intelligenza e la socialità) e dona immunità per tutta la vita.

Gioca. Il gioco libero, corpo a corpo, con il bambino, forgia anche l’empatia e l’intelligenza sociale.

Evita di lasciar piangere il bambino. Il cervello di un bambino che piange è invaso da ormoni dello stress e tende a creare una personalità in ansia, inibita e chiusa in sé.

Limita i giochi elettronici e i supporti audiovisivi, perché danneggiano il cervello. Nel corso della prima infanzia, da 0 a 2 anni, i bambini non devono mai guardare TV o video: è stato individuato un forte legame con il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. In questa fase della vita, il cervello è influenzato dall’esperienza. Le cose su cui si concentra ora determinano risposte automatiche in futuro.

Ai bambini, soprattutto negli Stati Uniti, non viene spesso concesso di trarre piacere dai rapporti interpersonali: già nei primi mesi, vengono spronati a fare cose da soli, tra cui dormire. Il loro cervello, quando ce la fa, cerca piacere altrove: tipicamente in oggetti inanimati. Diventano individui solitari, non empatici, tendenti allo stress. Sviluppano questa cosa dell’oggetto di conforto (o “transizionale”), perché scoprono che non possono contare sulle persone (ricordi? mettilo nella culla quando è ancora sveglio e poi cerca di non prenderlo in braccio, così impara ad addormentarsi senza la mamma). Troppi bambini arrivano a scuola con scarse abilità sociali, scarsa regolazione delle emozioni e abitudini che non promuovono comportamenti pro-sociali, che favoriscano il successo nella vita.  Gli Stati Uniti hanno un’epidemia di ansia e depressione tra i giovani, anzi in tutte le età. Questi sono numeri reali.

Oggetto “transizionale” (copertina di peluche, orsacchiotto, pezzo di stoffa, qualcosa di caldo e morbido), che il bambino investe di una forte carica affettiva. Viene usato come elemento di passaggio: aiuta il bambino ad entrare in contatto con la realtà (la mamma che rientra a lavoro, che sceglie di non farlo addormentare al seno, che sceglie di non dormire con lui la notte, eccetera), permettendogli di adattarsi ai cambiamenti e di superare le difficoltà. Attenzione però, osservalo bene. Il bambino non è stupido: sa benissimo che questo oggetto morbido e inanimato non è la sua mamma e spesso continua ad essere infelice o si ribella.

Narvaez sottolinea che i genitori di fatto hanno una scelta: possono influenzare, se il cervello del loro bambino sia cablato per il piacere derivante dalle relazioni interpersonali o per il piacere derivante dalle cose. A questo proposito, il Dr. Sears dà un grande suggerimento alle mamme, che si apprestano a svezzare il loro bambino dal seno: non svezzare il bambino da te, in cambio di un oggetto, come un animale o una coperta di peluche. L’idea è di svezzare il bambino dal seno a una fonte alternativa di nutrimento affettivo. È il momento in cui il  babbo dovrebbe iniziare a coinvolgersi attivamente e dedicarsi al conforto del bambino. Quando il ruolo del padre nella vita del bambino diventa più grande, il bisogno di succhiare può scendere verso un secondo piano.

 

Mettere al mondo un bambino è una cosa che facciamo in molti con troppa leggerezza. Urge che diventiamo tutti un po’ più umili e iniziamo a metterci in discussione di più. Sarebbe già un grande passo verso un atteggiamento più costruttivo: voler informarsi di più, per fare un po’ meglio ogni giorno. Genitorialità naturale (contrapposta a quella culturale), un sacco di contatto fisico e allattamento al seno a richiesta, accoglienza del pianto e dei bisogni, mantenere calmo il bambino, più persone adulte di riferimento che aiutino a prendersene cura, gioco, clima positivo di sostegno per la mamma e il suo bambino, parto naturale (quando possibile) sono tutti elementi ormai noti per avere effetti a lungo termine sul funzionamento del cervello e del corpo dei nostri piccoli.

come rispettare il bambino nella spaziatura

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Anche questo post, come altri, nasce da una delle tante discussioni via chat con un’amica lontana. Come di consueto, partirò con uno sforzo di scientificità e passando per la mia esperienza personale, approderò al cuore del discorso. Preparati ad una breve omelia sulle raccomandazioni tecniche.

Quando avere un altro bambino è una scelta personale. A volte, non è neanche del tutto sotto controllo, nonostante tutti gli strumenti e le informazioni per la pianificazione familiare, di cui oggi disponiamo. Per di più, la maggior parte delle donne iniziano a programmare bambini quando hanno già trent’anni suonati. A volte suonati da un pezzo. In questo modo, non si ha più il lusso di aspettare una quantità di tempo sufficiente, prima di pianificare una nuova gravidanza. Le chance di successo diminuiscono molto con il passare degli anni.

Inoltre, oggi molte mamme non allattano in maniera esclusiva, oppure svezzano precocemente il loro bambino: in base alle raccomandazioni UNICEF, OMS e di altre società scientifiche internazionali, l’allattamento al seno va continuato fino a 2 anni e oltre. In generale, non permettere al bambino di succhiare al seno a richiesta, porta ad un ritorno troppo precoce della fertilità. Infatti, anche nel caso in cui la mamma allatta, se c’è un divario di 6 ore o più tra le poppate, l’ovulazione può ritornare.

Tratto da Organizzazione Mondiale della Sanità, Infant and young child feeding: Model Chapter

In questo modo, la mamma può avere un altro bambino troppo presto: prima che il suo corpo si sia ripreso completamente dalla precedente gravidanza e prima che la famiglia sia pronta a prendersi cura di tutti i bambini, in maniera adeguata all’età di ciascun figlio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e altre organizzazioni scientifiche internazionali raccomandano un’attesa di almeno 2-3 anni tra una nascita e la successiva gravidanza: per ridurre la mortalità neonatale e infantile e anche a beneficio della salute materna. Altri studi, supportati dalla United States Agency for International Development (USAID), hanno suggerito che la spaziatura più vantaggiosa sarebbe di 3-5 anni. Queste nozioni sono anche in accordo con la raccomandazione dell’OMS e di altre organizzazioni scientifiche, per cui l’allattamento al seno dovrebbe essere esclusivo nei primi sei mesi di vita del bambino e poi continuato per diversi anni, finché la mamma e il bambino vorranno.

Tratto da Organizzazione Mondiale della Sanità, Infant and young child feeding: Model Chapter

Gli effetti nocivi di gravidanze troppo ravvicinate sono ben conosciuti (pag. 78, 79). Intervalli di 6 mesi o più brevi, tra una nascita e la successiva gravidanza, sono associati ad un rischio più elevato di mortalità materna. Intervalli di circa 18 mesi o meno sono associati ad un rischio significativamente più elevato di mortalità neonatale e infantile, basso peso alla nascita, piccole dimensioni per l’età di gestazione e parto pre-termine (come Bimba Mammal, ad esempio). Il Model Chapter for textbooks for medical students and allied health professionals on Infant and Young Child Feeding (=manuale per libri di testo per studenti di medicina e professionisti del settore sanitario), di OMS e UNICEF, basandosi sul Report of a WHO technical consultation on birth spacing (=consultazione tecnica dell’OMS sulla spaziatura delle nascite), raccomanda: gli operatori sanitari dovrebbero avvisare le coppie di attendere almeno 24 mesi dopo il parto di un neonato in vita e 6 mesi dopo un aborto spontaneo o una interruzione di gravidanza (= avvenuti prima della 20esima settimana di gestazione), prima di tentare la gravidanza successiva.

Una spaziatura di qualche anno tra le nascite è la norma biologica per l’uomo, anche secondo gli studi antropologici. La Dottoressa Katherine A. Dettwyler è un noto professore associato presso l’Università di Delaware in Newark, Stati Uniti, e si occupa di antropologia bioculturale: l’esplorazione scientifica dei rapporti tra biologia e cultura umana. Durante la sua ricerca ha raccolto molteplici studi, sulle diverse variabili della storia della vita, nei primati non umani: questi sono i nostri parenti più stretti nel regno animale, specialmente i gorilla e gli scimpanzé, e condividono con noi più del 98% dei geni. Le variabili considerate sono la durata di gestazione, il peso alla nascita, la crescita, l’età di maturazione sessuale, l’età di eruzione dei denti, la lunghezza della vita, eccetera. In questi studi, i dati ottenuti sono stati collegati all’età di svezzamento di questi animali. Infine, tenendo conto dei risultati legati a ciascuna delle variabili analizzate, Katherine Dettwyler è risalita all’età di svezzamento nell’uomo, se non ci fossero tante regole culturali ad influenzare questo argomento. Secondo una prospettiva biologica, è emerso che allattare al seno un bambino per un minimo di 2,5 ad un massimo di 7 anni è normale. Questa sarebbe la norma biologica, se l’uomo non fosse influenzato da fattori culturali. Poiché, come abbiamo visto, la suzione del bambino è legata alla fertilità della mamma, una spaziatura di qualche anno tra le nascite risulta essere la naturale conseguenza.

 

Medicina e antropologia a parte, quali sono i fattori che influenzano la pianificazione familiare nella coppia?

Dal punto di vista dello stile di vita, avere bambini piuttosto vicini di età, permette di concentrare gli sforzi tutti in una volta. La filosofia dietro questa scelta è: tra qualche anno sarà finita e tutto diventerà più facile. Personalmente, si tratta dell’errore che abbiamo fatto noi. La qualità delle relazioni è molto importante. Avere dei bambini con uno o due soli anni di distanza, non permette ai genitori di affrontare le piccole sfide quotidiane con la calma necessaria, perché questi anni siano anche piacevoli (per tutti). Ora che ci penso, non torneranno mai più. È molto importante godersi questo tempo, fatto di grandi meraviglie, che si susseguono mese dopo mese. Invece, ciò che ho vissuto fino ad oggi, è una corsa mozzafiato. Con una spaziatura più ampia, mi sarei goduta di più ciascun bambino nella sua individualità.

Quando i bambini hanno tre, quattro o cinque anni di differenza, litigano spesso: i piccoli vogliono le cose dei più grandi e fare le cose dei grandi. I grandi non vogliono i piccoli intorno, a fare un macello tra le loro cose. Tuttavia, quando la distanza tra loro è piccola, ad esempio uno o due anni, gli interessi si accavallano e si bisticcia per avere gli stessi giocattoli, lo stesso piatto e gli stessi vestiti. Gli interessi di Bimba e Bimbo Mammal coincidono molto già ora, che hanno due e tre anni. Posso solo immaginare la rivalità futura, in ogni nuovo stadio della vita.

Molti dicono che bambini con uno o due anni di differenza avranno sempre l’un l’altro. Saranno certamente amici. Lo devo ancora vedere. Per quanto riguarda me, ci sono 4 anni di differenza tra me e mio fratello e 6 anni con mia sorella. Una volta passata l’infanzia e l’adolescenza, cioè nei 20 e 30 anni, le differenze di età non sono più marcate. Siamo diventati tutti e tre grandi amici.

Un bambino di un anno e mezzo o due è troppo piccolo per capire che un neonato è molto fragile. Va tenuto a vista ogni istante e potrebbe facilmente percepire sia la nostra ansia, che sé stesso come un problema. Ricordo ancora quella volta che ho trovato Bimba Mammal con una macchinetta infilata per tre quarti in bocca. Con un po’ di supporto, un bambino più grandicello sarebbe, invece, il più bravo baby-sitter del mondo, per un fratellino o una sorellina molto piccoli. Mi rivedo dondolare la carrozzina con mio fratello dentro, sotto il ciliegio, quando mamma riposava.

Le spese familiari, quando la spaziatura è piccola, possono sembrare minori: i bambini possono usare insieme certi utensili, vestiti e giocattoli, che sono ancora in buono stato. Però, non è possibile ri-utilizzare il passeggino, il sedile auto, il seggiolone e tutte queste cose che servono contemporaneamente, nel corso della giornata: a colazione, a pranzo, a merenda, a cena, per andare a fare la spesa, eccetera. Quindi, ne devi avere per forza uno per ciascuno. Per di più, queste spese non sono ammortizzate nel tempo.

Bimbo Mammal è stato svezzato precocemente a 6 mesi, a 9 mesi è andato al nido e a soli 15 mesi mamma è sparita, per poi ricomparire con una cosa infernale (per lui) in braccio. Era Bimba Mammal, che ha preso il suo posto tra le braccia di mamma, lo ha spinto fuori dal letto, ha avuto spesso la precedenza ogni volta che iniziava un concerto (di pianto). È stato giusto nei suoi confronti? Così, quando aveva due anni, le maestre della scuola materna internazionale ci hanno detto che Bimbo Mammal è dotato di spiccata intelligenza e buona capacità di interagire con gli altri, ma ha difficoltà a livello emotivo. Questo è ciò che vediamo anche noi, nonché il motivo per cui abbiamo deciso di accogliere il suo rifiuto di frequentare la scuola. Per ovviare al problema, la psicologa ci consigliò di procurarci un po’ di aiuto, in modo che io potessi trascorrere almeno un’oretta al giorno da sola con il nostro ometto.

 

Nei primissimi anni di vita, l’attenzione dei genitori è di cruciale importanza, in relazione al benessere di ciascun bambino. Credo che i bambini debbano poter mantenere il loro attaccamento emozionale a una persona, invece di essere costretti a rivolgersi ad un oggetto inanimato come un peluche o una coperta. Penso che questa sia la base per una vita orientata verso le persone, anziché verso gli oggetti. Non riesco più neanche ad immaginare la vita di un bambino nei suoi primissimi anni, senza questo stretto contatto: è un bambino che sta attraversando un periodo di enormi cambiamenti, di cui alcuni possono essere molto frustranti. Invece, cercare una nuova gravidanza quando il bambino (o l’ultimo bambino) ha almeno due anni, vuol dire che, per quando nascerà il prossimo, avrà già acquisito una certa indipendenza: mangiare, vestirsi, usare il bagno, servirsi di giocattoli o altri oggetti di interesse saranno delle capacità già avviate. Il linguaggio sarà sviluppato abbastanza da poter preparare il bambino al grande cambiamento in corso. Sono tutti elementi che faciliteranno la nuova vita familiare.  Inoltre, non dimenticherò mai che un adeguato contatto fisico è il miglior mezzo di comunicazione affettiva, di conforto, per un sano sviluppo emotivo nei bambini. Spesso, non mi è stato possibile accogliere questo tipo di bisogno espresso da Bimbo Mammal.

Vorrei concludere, condividendo un articolo del noto psichiatra canadese, il Dottor Elliot Barker: l’importanza critica dell’essere mamma. Come portavoce dei diritti del bambino ed avendo lavorato molti anni nella cura di individui psicopatici, il Dr. Elliott Barker è il fondatore e direttore della Società Canadese per la prevenzione della crudeltà sui bambini (CSPCC) e redattore di una rivista molto stimata sulla genitorialità empatica (al momento non più pubblicata). Mi ha molto colpito scoprire che la psicopatia inizia nella più tenera età: da 0 a 3 anni. Un bambino, che non riceva abbastanza amore nei primi tre anni, è come un secchio che perde continuamente acqua. L’allattamento al seno prolungato e simili forme di interazione sono delle vere e proprie forze nella società, che svolgono la funzione di tenere saldo il sistema dei valori, su ciò che realmente conta: la reciprocità e lo scambio umano. Il quinto, tra gli otto maggiori ostacoli alla crescita di bambini sani – tra cui la mancanza di tempo e la mancata preparazione/disinformazione dei genitori – è la spaziatura tra fratelli.

When taking a history on a murderer, I try to understand the early formative years by asking the parents what was happening in their lives beginning six months before the child was conceived. From these histories, it appears that the close spacing of siblings almost always increases the difficulty in proper nurturing. Among families with the very best of support systems – where both parents are equally involved and the economic base is reasonable – it is possible to cope well with closely spaced children. But by and large, a three- or four-year spacing between children (the natural spacing of totally committed breastfeeding) tends to reap enormous emotional benefits to individual children. This allows children a position that will not be usurped by a younger sibling before they are capable of understanding it or before they are able to get by with less immediate attention to their needs.

“Quando analizzo la storia di un assassino, cerco di capire i primi anni formativi, chiedendo ai genitori quello che stava accadendo nella loro vita, iniziando da sei mesi prima che il bambino è stato concepito. Da queste storie, sembra che la stretta spaziatura tra fratelli aumenti quasi sempre le difficoltà nella corretta crescita dei bambini. Nelle famiglie con il miglior sistema di supporto – in cui entrambi i genitori sono ugualmente coinvolti e la base economica è ragionevole – è possibile gestire bene bambini ravvicinati. Ma nel complesso, una spaziatura di tre o quattro anni tra i bambini (la spaziatura naturale quando si allatta al seno a richiesta) dona enormi benefici emotivi ai singoli bambini. Questo permette loro una posizione che non sarà usurpata da un fratello più piccolo, prima che siano in grado di comprendere o prima che siano in grado di cavarsela con un un tipo di attenzione un po’ meno immediata alle loro esigenze.”

La spaziatura tra bambini è una cosa importante, che i genitori possono fare per prevenire l’esaurimento: si verifica quando, anche i genitori meglio intenzionati, assumono il compito molto difficile di cercare di soddisfare le esigenze emotive di bambini ravvicinati. Io la considero una grande responsabilità. Buona fortuna.

la scelta dei giocattoli

100 attività Montessori, India, marzo 2017

 

L’altro giorno, parlavo con un’amica di cosa far fare ai bambini in casa. Bimbo e Bimba Mammal sono con me 24h/7gg, perciò ho bisogno di un bel repertorio di attività divertenti ed educative. Così, ho pensato di condividere con te questo bel libro, pubblicato da L’ippocampo Ragazzi: 100 attività Montessori, di Ève Hermann.

Si tratta ovviamente di attività Montessori, per bambini da circa 18 mesi di età. Maria Tecla Artemisia Montessori (1870-1952) fu una scienziata, pedagogista ed educatrice, il cui metodo educativo è tuttora in uso in scuole, sia pubbliche che private, di tutto il mondo. Ne esistono molte anche qui in India. Mi piace particolarmente, perché la sua pedagogia considera il bambino come individuo a tutti gli effetti, di cui rispettare il desiderio di fare da solo, per guidarlo verso l’autonomia.

Questo libro che ti propongo è appena uscito, come edizione italiana. È tanto bello e semplicissimo da usare. Propone 100 attività diverse, divise in poche sessioni: la vita pratica, la vita sensoriale, il lavoro a mano, il linguaggio, attività manuali e creative, la motricità globale e la natura. L’inizio di ogni sessione è introdotto in meno di una decina di righe e ogni paginetta rappresenta un’attività diversa. Questo permette anche alla mamma più impegnata di usarlo con estrema facilità. Non hai bisogno di leggerlo d’un fiato, se non ne hai il tempo. Basta sfogliarlo, quando vuoi fare qualcosa insieme con il tuo bambino, e scegliere un’attività. Ci sono attività che richiedono un po’ di preparazione, per cui è importante prepararsi un pochino prima: ad esempio, ti serviranno dei materiali semplici ed economici, che puoi comprare online o in negozi per il “fai da te”. Ci sono altrettante attività, come stendere la biancheria, fare l’impasto del pane o pulire un tavolinetto pieno di briciole, che possono essere davvero improvvisate.

L’attività numero 62 parla della scelta dei giocattoli. Secondo me, ha un carattere universale. La tengo sempre a mente quando sto per comparare un regalo o quando i nonni mi chiedono un consiglio, su cosa comprare ai miei bambini. La pagina 62 dice che i giochi, che invogliano un bambino all’attività, sono più interessanti di quelli che chiedono di schiacciare un bottone. Quando scegliamo un gioco, dobbiamo chiederci: ha una finalità? Richiede decisioni? Lo incoraggerà ad esplorare? L’invito è a privilegiare i giochi costruttivi, che fanno lavorare l’immaginazione: richiedono manipolazione, riflessione, osservazione e decisioni da prendere. Puzzle di legno da due a più pezzi, perline da infilare, Kapla, eccetera. Ne troverai moltissimi e per diversi momenti della giornata: quando puoi guidarlo e giocare con lui oppure quando hai bisogno di impegnarlo, per sbrigare una faccenda veloce in casa. Buon divertimento. Ora hai qualcosa da fare per i prossimi due anni!

 

Attività Montessori numero 21 – stendere la biancheria, India, gennaio 2017

 

l’insensibilità del becchino e il potere del bullo

Young Virgin Spanking the Infant Jesus In Front of Three Witnesses, Max Ernst, 1926

Ho letto un vecchio articolo bellissimo, del filosofo Umberto Galimberti. Il mio desiderio di cambiamento è riassunto in quelle righe. Ho pensato e pensato, mentre andavo a comprare carote e fagiolini, camminando sotto il sole cocente, insieme ai miei bambini. Li ho messi al mondo, in una società ad alto tasso di fretta, stress, individualismo, che ha sacrificato senza alcun riguardo l’empatia: la capacità di mettere sé stessi nella situazione di un’altra persona e rispondere come se questo contasse. La mancanza di empatia è una vera e propria responsabilità. Questa è anche la più importante caratteristica nella personalità dello psicopatico: non sa sperimentare sensazioni positive che provengano da altre persone, né conosce il rimorso. In lui, la capacità di essere intuitivamente mosso da qualcosa, che per un’altra persona ad di fuori di sé può essere piacevole oppure triste, semplicemente non esiste.

Sappiamo che il latte materno è la cosa migliore per un bambino, che i bambini non si picchiano, che abbiamo il dovere morale di rispettare gli altri, eccetera. Ma cosa vogliono dire veramente queste cose? Sono nozioni che fanno parte della nostra cultura, ma si sono completamente svuotate di significato. Le abbiamo imparate passivamente, a memoria. Non sappiamo quali sono le implicazioni, i benefici e i rischi, legati al mancato rispetto di queste “norme sociali” (sì, perché anche l’allattamento ha un valore culturale e sociale). È un po’ come il becchino, che a forza di chiudere bare e seppellire cadaveri, si in-sensibilizza al dolore. Oppure come l’infermiera, che vedendo le cose più crude ogni giorno, alla fine non prova più tanto disgusto. È anche come quando guardiamo il telegiornale e non rabbrividiamo più davanti alla violenza, perché di scene horror siamo bombardati ogni giorno, da TV e giornali. Ai tempi dei miei nonni, molta gente era povera e si avevano altre priorità. Oggi, manca il tempo e la volontà. Non c’è bisogno di riflettere su certe cose. L’importante è arrivare a fine giornata ed aver fatto tutte le cose che fanno tutti. Ci mimetizziamo nella massa, per stare tranquilli e minimizzare il rischio di esclusione. Quel che conta sono i risultati a breve termine.

Così, oggi voglio invitarti a prendere del tempo. Voglio riflettere sulla mancata accoglienza dei bisogni dei nostri piccoli, sulla paura – cui affidiamo il governo delle dinamiche domestiche – e sulla punizione. Voglio sviscerare un po’ questo tema, per renderti di nuovo vulnerabile, invece che immune.

I nostri bambini fanno continuamente errori. Sono costantemente in viaggio: apprendono, giorno dopo giorno, con grande slancio vitale. Noi grandi abbiamo paura dei loro errori e la nostra ansia controlla le nostre risposte. Lo spirito della paura diventa il maestro, dentro la nostra casa e nella nostra famiglia. L’intimidazione diventa il nostro strumento educativo, a diversi livelli: lo sguardo->la minaccia->la punizione->la sberla. Ero in spiaggia l’anno scorso. Sotto l’ombrellone a fianco, c’era una famiglia carina e ben educata, discretamente accessoriata. La mamma, nel bel mezzo di una comune situazione, dice al suo bambino di due anni: “Giacomo, se non la smetti, prendi una sberla”. Babbo Mammal ed io ci siamo intristiti. E tu come ti senti? Provi qualcosa oppure è una frase che non fa più né caldo né freddo, perché è tanto comune, che neanche più ci fai caso? Perché picchiare un bambino è socialmente accettato, mentre picchiare un adulto è proibito? Immaginate quella mamma che misura una bella sberla al marito, perché l’ha appena irritata con un nonnulla. Perché una mamma o un babbo o qualsiasi altro adulto di riferimento dà una sberla? Per educare quel bambino? Non è esatto. Questo è un alibi. L’obiettivo reale è procurare dolore fisico o tristezza. La conseguenza sperata è che il bambino abbia paura, per la prossima volta. Così – terza fase – “imparerà” la lezione e si atterrà alle norme. Il bambino è un essere vivente che merita rispetto. Prova dolore, paura. Proprio come tu ed io. Se picchi, a qualsiasi livello, sei un bullo. Lo fai, perché la persona davanti a te è più piccola di te, più debole e non può difendersi. Perché, altrimenti, non picchi anche il tuo partner, un genitore, un amico, quando vuoi trasmettergli un valore? Così, stai insegnando al tuo bambino che picchiare è lecito: lo fanno anche mamma e babbo. Se ti aspetti che un bambino di due o tre anni comprenda la sottile differenza tra insegnare una norma comportamentale (supponiamo che sia la TUA ragione) e insegnare ad un altro bimbo a non toccare i suoi giocattoli (supponiamo che sia la SUA ragione), stai facendo un grave errore. Non stai insegnando la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: stai solo mostrando che “prenderle” fa male fisicamente e rende tanto tristi e frustrati. Quindi, deve averne paura. Oltretutto, numerosi studi dimostrano la correlazione violenza subita-violenza esercitata e i danni sullo sviluppo del bambino. Picchiare fa male a tutti i bambini.

Se sei tra quelli che pensano che una sberla ogni tanto non ha mai “ucciso” nessuno (che brutta immagine), pensa che in Svezia, uno dei Paesi più avanzati al mondo, il maltrattamento di un bambino, compreso quello lieve, è reato dal 1979.

Paesi sberla-free (in verde)

Una lista comprensiva:

  • 1979 – Svezia
  • 1983 – Finlandia
  • 1987 – Norvegia
  • 1989 – Austria
  • 1994 – Cipro
  • 1997 – Danimarca
  • 1998 – Lettonia
  • 1999 – Croazia
  • 2000 – Germania, Israele, Bulgaria
  • 2002 – Turkmenistan
  • 2003 – Islanda
  • 2004 – Romania, Ucraina
  • 2005 – Ungheria
  • 2006 – Grecia
  • 2007 – Togo, Spagna, Venezuela, Uruguay, Portogallo, Nuovo Zelanda, Paesi Bassi
  • 2008 – Liechtenstein, Lussemburgo, Repubblica Moldava, Costa Rica
  • 2010 – Albania, Repubblica del Congo, Kenya, Tunisia, Polonia
  • 2011 – South Sudan
  • 2013 – Capo Verde, Honduras, TFYR Macedonia
  • 2014 – Andorra, Estonia, Nicaragua, San Marino, Argentina, Bolivia, Brasile, Malta
  • 2015 – Benin, Irlanda, Perù
  • 2016 – Mongolia, Paraguay, Slovenia
  • 2017 – Lituania

La verità è che, quando noi genitori abbiamo fretta e siamo tanto presi da un’attività (che spesso non coinvolge il bambino), siamo fuori controllo. Non avere controllo di una situazione ci fa sentire impotenti, incapaci e miserabili. I bambini hanno paura, noi siamo frustrati. Non c’è progresso in tutto ciò. Cosa faremo poi, quando saranno grandi e forti come noi?

Queste dinamiche si creano, perché focalizziamo su OBBEDIENZA e CONFORMITÀ a certe norme. Lasciamo che siano il fulcro dell’educazione che impartiamo ai nostri bambini. Sono il nostro goal come genitori. Obbedienza e conformità, invece che amore e libertà. Urge che noi genitori, gli zii, i nonni, le maestre e chiunque altro si prenda cura del bambino, rimpiazziamo PAURA e PUNIZIONE con AMORE e LIBERTÀ. Questa è l’unica ricetta utile per ricevere in cambio amore e collaborazione, dai nostri bambini. Quando gioco con Bimbo Mammal oppure quando parlo con lui mentre faccio una faccenda, mi guarda e mi dice: “Ti voglio bene!”. Quando siamo là fuori, nel parco, e lotta con un altro bambino, io lo rispetto. Lo abbraccio, aspetto che si calmi. Poi, gli parlo con calma. Se è possibile, gli spiego la situazione, che lo ha travolto in una tempesta di sentimenti che non conosce. Altrimenti, lo faccio più tardi, quando torna il sereno. Gli dico che non mi piace e che mi rende triste, quando si azzuffa e usa la forza. Il mio amore per lui è l’arma più potente. È più importante di una ruspa gialla. Preferisce stare con me. Quando rifiuti la paura e la forza, come strumento genitoriale, e rispetti il tuo bambino ed il suo bisogno di libertà e di espressione, stabilisci una connessione tra i vostri cuori. In questa relazione, basata sul rispetto, non c’è spazio per la paura della punizione.

 

Come si fa a conciliare il RISPETTO del BISOGNO DI LIBERTÀ di un bambino con la sua EDUCAZIONE (=acquisizione di competenza emotiva e sociale)? Offri delle scelte: gli insegnerai l’auto-controllo e a gestire la propria libertà. Assicurati che non sia una scelta tra il comportamento che ti aspetti (opzione uno) e la punizione (opzione due). Fa in modo che siano due opzioni reali, con entrambe le quali ti senti okay. Offrendo delle opzioni stai ponendo dei limiti. In più, gli stai suggerendo due soluzioni plausibili, guidandolo verso l’apprendimento delle cose giuste da fare. Lo stai riconoscendo come essere pensante e gli stai cedendo un po’ del controllo di cui ha bisogno, come essere umano.
Se scegli l’altra strada, quella che richiede meno energia psichica (ma più energia fisica), otterrai risultati nel breve termine. Però, quando il tuo bambino sarà solo, non sarà più sotto il tuo controllo. Al contrario, i valori positivi che gli trasmetti, attraverso il tuo comportamento, saranno sempre con lui. Non importa che tu sia lì fisicamente. Hai buone chance che da grande faccia delle scelte, piuttosto che altre, perché ti vuole tanto bene!

Quando instauri con tuo figlio una relazione tra i cuori, rispettandolo, amandolo ed accogliendo i suoi bisogni, le sue decisioni future saranno rivolte a proteggere questa vostra relazione. Farà scelte e prenderà decisioni che sostengono la vostra famiglia. Trattiamoli fin da piccoli come creature dotate di un cervello che funziona e faranno prodigi!

la festa del babbo

Babbo Mammal costruisce un lettino, India, Dicembre 2016

La mamma è la prima persona che vede il bambino. Quando nasce, ne conosce già il suono della voce, il ritmo dei movimenti. La mamma dà il suo latte al piccolo, dorme con lui per nutrirlo e proteggerlo durante la notte. Attraverso l’allattamento si salda il loro legame. Psicologicamente, la prolattina induce il comportamento materno: la mamma sperimenta una forma di tensione psicologica, che può essere meglio descritta come un sentimento o la necessità di voler sempre vedere e tenere il suo bambino. L’ossitocina la distende e la fa sentire bene. Per il piccolo, la mamma è il suo porto: è nutrimento, affetto, calore, sicurezza.

Il babbo non ha un seno morbido per nutrire e coccolare. Il National Center for Biotechnology Information (NCBI), che fa parte della libreria nazionale di medicina degli Stati Uniti (NLM), offre una prospettiva educativa sul tema del rapporto tra sessualità e allattamento. Secondo gli studiosi, l’allattamento al seno è allo stesso tempo un’esperienza fisica, fisiologica, emotiva, sociale, psicologica e sensuale. Il partner potrebbe sentirsi geloso del suo bambino, che è al centro dell’attenzione della mamma. Le conseguenze della danza sinergica tra prolattina e ossitocina sono che, ogni volta che una mamma allatta, trae grande piacere dal contatto con il suo bambino. Di conseguenza, grandissima parte del suo bisogno di affetto è soddisfatta attraverso l’allattamento al seno. Ciò è sano e normale. Così, il babbo può sentirsi escluso da questo rapporto. Vedere quanto il bambino e la madre sono felici durante l’allattamento al seno può indurlo a sentirsi frustrato o inadeguato. A volte, il suo sentimento può influenzare la mamma, che decide di porre dei limiti all’accoglienza dei segnali del bambino o addirittura di terminare l’allattamento.

Cosa può fare il babbo? Il babbo può trarre beneficio da un’importante riflessione: la nascita di un bambino è un evento che modifica indelebilmente la vita familiare. Entrambi i partner rinascono di nuovo, in una figura che non esisteva prima, con dei sentimenti che non avevano mai conosciuto. Ogni bimbo nasce con un portfolio di bisogni, la cui accoglienza è di importanza drammatica, per il delinearsi della sua piccola personalità. Perché goda di buona salute, fisica e mentale, ha bisogno di cure costanti e prolungate. Il babbo può coinvolgersi attivamente e instaurare, giorno dopo giorno, fin dai primi attimi dopo la nascita, una nuova relazione, con il suo piccolo e con la sua mamma. Insieme possono fare il bagno, può apprendere le tecniche del massaggio infantile, può cambiare i pannolini, fare babywearing, portare il bimbo in esplorazione sensoriale della casa o del giardino, prendersi cura delle faccende domestiche e di eventuali altri bambini. Tranquillamente e con costanza, egli può coccolare e abbracciare la mamma durante l’allattamento. Il momento migliore sarebbe quando tutti sono nel letto, pronti per la nanna. Parole d’amore e carezze affettuose circonderanno la sua partner di sicurezza, aumentando l’importanza della sua presenza e anche la sua dignità. Anche il suo senso dell’umorismo è una buona idea, per ridurre eventuali tensioni o conflitti, che si presentano nella loro vita, durante questo periodo di transizione.

Perché tutti i membri della famiglia possano prosperare in una nuova vita insieme, la chiave è la creatività. Mamma e babbo possono reinventarsi e creare modi del tutto nuovi di stare insieme, senza escludere i loro piccoli. È tempo di “traslocare” (dentro la propria testa), e sistemarsi in una nuova relazione con l’altro genitore, che sia di supporto, amorevole, piena di comprensione. Mamma e babbo possono imparare ad interagire in modi nuovi. Non ne trae beneficio soltanto la coppia: l’umore del bambino è spesso lo specchio di come si sentono i grandi, quando sono da soli e quando sono insieme.

Babbo Mammal è la mia colonna, il mio supporto, il mio fotomodello, il mio miglior amico. Adoro leggere libri, alla ricerca della strada migliore, per perseguire la massima armonia. Babbo Mammal è già così, per natura. Quando Bimbo Mammal è nato e seni e capezzoli doloranti mi mandavano via di testa, Babbo Mammal stava sveglio con me anche di notte. Mi aiutava e portava litri e litri di acqua. Che sollievo per il cuore e per la gola! Quando Bimba Mammal ha attraversato la lunga fase dell’ansia da separazione, le notti erano interminabili. Averla accanto nel letto facilitava molto la situazione: potevo allattarla senza alzarmi. Tuttavia, i risvegli orari sono indimenticabili. Babbo Mammal mi prendeva la mano, per ricordarmi: “Sei la cosa più importante. Non sta bene, ma non ce l’ha con te. Sei tutto ciò di cui ha bisogno in questo momento”. Quando si attraversano queste fasi, il rischio che i genitori ricorrano a strategie pericolose è molto alto*. Babbo Mammal era lì a sostenermi ogni notte, sussurrandomi nell’orecchio l’importanza dell’amore. Quando Bimbo Mammal mi dice “Vai via!” ed io penso che abbia qualcosa con me, Babbo Mammal traduce, dicendomi “Ha bisogno di te”.

 

Auguri babbo!

 

*Per ulteriori informazioni:
http://www.huffingtonpost.it/2016/04/18/hai-deciso-di-lasciar-piangere-bambino_n_9719302.html
https://www.isisonline.org.uk/hcp/how_babies_sleep/sleep_training/
https://www.psychologytoday.com/blog/moral-landscapes/201112/dangers-crying-it-out

le ciambelline del sabato

Ciambelline integrali

Oggi è sabato e Babbo Mammal è a casa. Così, Bimbo Mammal ed io abbiamo fatto qualcosa insieme. I bambini adorano fare cose insieme ai grandi. Cucinare cose semplici e adatte ad un bambino fa parte di quelle attività che permettono di integrarlo nella nostra vita. Lui impara qualcosa, si diverte e soprattutto ha la nostra attenzione. La mamma o il babbo stanno facendo una faccendina piacevole e utile per tutta la famiglia. Fare il pane o dei pancake, oppure la pizza, possono diventare una piccola routine familiare, magari settimanale. La ripetizione aiuta noi grandi ad essere motivati nello svolgere qualche bella attività. Per i piccoli la routine è confortevole. Siccome è prevedibile, crea stabilità. I bambini sono meno ansiosi, perché sanno cosa sta per accadere. Diventano cooperativi, perché percepiscono un piccolo controllo sull’ambiente circostante. Pian piano analizzano le varie fasi dell’attività scelta, imparano i gesti, li perfezionano. Via via percepiscono un numero sempre maggiore di dettagli. I bambini adorano toccare cose diverse, con consistenze, colori e temperature diverse. L’attività di impastare li diverte, sviluppa la loro forza e la manipolazione. Se l’attività è un po’ lunga, potrebbe voler interromperla. Il segreto è organizzarsi bene, preparando già prima tutto il necessario: stampi già unti o “incartati”, latte caldo, zucchero frullato, eccetera. È importante guidare il bambino, affinché arrivi al termine dell’attività. Imparerà il valore della perseveranza. Le volte successive, quando già conosce la procedura, possiamo allungare un po’ i tempi coinvolgendolo anche nella preparazione degli utensili. Ungere e tagliare la carta lo divertiranno molto. Pian piano acquisterà fiducia e autonomia. Buon divertimento!

 

ingredienti

250 g di farina integrale
250 g di farina manitoba
lievito di birra q.b.
70 g di zucchero grezzo
250 ml di latte intero, tiepido (la quantità varia un po’ a seconda della farina utilizzata)
75 g di olio extravergine di cocco (io vivo in India, tu puoi usare qualsiasi altro olio italiano delicato)
due uova intere (più uno per spennellare la superficie)
un pizzico di sale

L’olio di cocco, nonostante l’elevato contenuto di acidi grassi saturi, contribuisce ad innalzare i livelli di colesterolo buono o HDL (lipoproteine che rimuovono il colesterolo in eccesso nel plasma). Io lo preferisco al burro. Sono scelte personali.

 

metodo

Prendete una ciotolina e aggiungete la farina. Praticate una fossetta dove metterete il lievito di birra (io dimezzo sempre la dose di lievito, per non sentirne troppo il sapore e per aumentare la digeribilità del prodotto finito). Aggiungete un po’ dello zucchero e del latte caldo. Mescolate con un cucchiaino, per ottenere un primo impasto centrale, piuttosto liquido e cremoso.  Aspettate una decina di minuti, finché si formeranno delle bollicine in questo primo impasto.
Ora aggiungete tutto il resto e impastate tutto nella ciotola. Trasferite sulla spianatoia e lavorate, finché il composto sarà elastico e non più appiccicoso. Bimbo Mammal è addetto a versare gli ingredienti e a lavorare l’impasto quando è ben omogeneo e non appiccicoso. Continua energeticamente finché non si stanca da solo.

Trasferite la palla in una grande ciotola, coperta con un coperchio o con un panno umido e caldo, su cui appoggerete qualcosa: serve per bloccare il passaggio dell’aria. Lasciate riposare per qualche ora (minimo tre, massimo sei ore, a seconda della stagione, cioè della temperatura e dell’umidità della casa).

Ora prendete delle piccole quantità di impasto e formate delle ciambelline. Copritele con un panno e lasciatele lievitare per un’oretta. Qui in India non serve, è sufficiente il tempo che impiega il forno a raggiungere la temperatura. Se volete, potete spennellarle con del rosso d’uovo, sbattuto con un goccio di latte. Noi non lo abbiamo fatto per fretta di andare a nuotare in piscina.

Infornate in forno ventilato a 200°C. Lasciatele dentro per tutto il tempo di cui hanno bisogno, per ottenere un bel colorito invitante. I nostri forni sono diversi. Indicazioni di tempo precise posso portare a fare errori.

Il profumo ha inebriato tutta la casa per ore ed ore. Che bella la merenda in piscina dopo la doccia, con queste ciambelline tiepide e gustose!

 

La vita pratica è molto affascinante per i nostri piccoli. Durante il secondo anno di vita, posseggono un impulso vitale per imitare i nostri gesti. Accogliamo il loro entusiasmo, permettiamo loro di stare accanto a noi e cogliamo l’occasione per  insegnare delle cose utili e divertenti!

La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali con l’ambiente: l’uomo prende possesso dell’ambiente con la sua mano e lo trasforma sulla guida dell’intelligenza, compiendo così la sua missione nel gran quadro dell’universo.

Il Segreto dell’Infanzia, Maria Montessori