“Grazie, mamma, che ci spalmi la crema solare! Grazie mamma che ci fai divertire in piscina! Che bella quest’acqua, mi piace tanto! Grazie che ci dai la merenda con il pane!” (Eccetera) – Bimbo Mammal, tre anni. Anche Bimba Mammal, quasi due anni, ringrazia per ogni cosa. Chiede sempre “Posso?”, prima di intraprendere qualsiasi piccola attività. Quando la chiamo, se sta facendo qualcosa, mette subito a posto quello che aveva in mano e viene da me. Prima di metter piede nella sabbia del parco giochi, si toglie i sandaletti, li mette vicini a toccare, poi quando sono uniti li impugna al centro con la mano destra e li posiziona con tocco definitivo. Mi infondono tanto coraggio. Infatti tante volte fatico molto, tipo per prepararli per andare a letto. Mi scappano via da tutte le parti, non finisco mai. Passano le ore e mi sembra solo di aver corso loro dietro, senza aver fatto molto altro. La sera imbocco un paio di cucchiaiate del curry buonissimo che ci ha preparato Basantì e mi sembra di aver fatto due sorsi di whisky. Inizia a girarmi la testa, ma finisco il piatto, perché so che devo nutrire anche il mio corpo. Tante volte mi dimentico di bere oppure punto una mela per un’oretta, ma a forza di saltare di qua e di là non ci arrivo mai. Alla fine ci rinuncio, non ci arrivo sempre. Bimbo Mammal tempo fa andava a scuola, poi ha deciso di smettere, perché ama troppo stare con la sua sorellina “piccina”. Ho provato, ma alla fine abbiamo lasciato che i suoi sentimenti e le sue preferenze avessero un peso importante sulle nostre decisioni. Così, noi tre si sta tutti insieme appassionatamente, 24ore/7giorni. Le mie vicine di casa, quando si radunano tutti i bimbi al parco, la sera, non fanno altro che ripetere quanto sono educati i Mammal e chiedermi come faccio. Mi danno qualche secondo per esprimermi, ma poi sentenziano “È perché è una femmina”. Oppure “È perché ha una sorella”. Oppure “È perché sono fratelli”. E via la solita scarica di cliché tutti i santi giorni. La superficialità mi scoraggia un po’.

Io di scemenze ne ho fatte tante, anche nei loro confronti. Ma ogni volta che ho rilevato una situazione, mi sono fermata ad analizzare i fatti. Ho riguardato la scena, come se stessi davanti ad un monitor. Ne ho parlato con Babbo Mammal. Mi sono chiesta dove ho sbagliato o cosa c’è che non porta. Ho continuato a leggere e a ricercare per avere spunti. Ho letto anche tante cavolate, ma a forza di andare avanti ho imparato a distinguere. È così che, alla fine, ho messo in piedi una bella raccolta di libri e siti di qualità. Ad un certo punto, l’anno scorso, le cose sono cominciate a tornarmi. Finalmente, trovavo un filo conduttore: un preciso filone di pensiero. Guarda caso, si trattava di libri o articoli, che partivano da ciò che ci dice la scienza. Anche se provengono da diversi ambiti – la psicologia, l’antropologia, la psichiatria, la pedagogia, la pediatria o da organizzazioni medico-scientifiche – questi scritti vanno tutti verso UNA direzione: il rispetto del bambino come individuo. La visione che accomuna queste opere è un mondo in cui tutti i bambini sono trattati con dignità, rispetto, comprensione e compassione. In un mondo del genere, ogni bambino può crescere in età adulta con una grande capacità di amore e di fiducia. Voglio che i miei bambini abbiano fiducia nel prossimo, perché da Babbo Mammal e me non conoscono altro che amore. Non mi preoccupo della loro capacità di difendersi. Per questo esercizio ci sono tante occasioni.

 

Insomma cos’è che faccio io?

Quando li voglio vestire, lavare, cambiare, prender su, chiedo loro il permesso: “Posso?”. (Ti ricorda qualcosa?) Quando mi sento grata per la collaborazione dico: “Grazie!”. Poi sorrido con il cuore, perché sono sinceramente contenta quando mi lasciano andare avanti. Io non faccio altro che (cercare il più possibile di) essere un modello.

Non perché sono cool, ma perché l’ho letto e funziona. Quando Bimbo Mammal, che è il più grande, mi chiede spiegazioni, gliele do. Ma per sua sorella non ci sono indicazioni verbali. Basta fare e loro osservano. Se non sono attenti, imparano attraverso la routine del rispetto reciproco: tra me e loro e tra Babbo Mammal e me. Babbo Mammal è la fonte principale della mia ispirazione. Ogni suo gesto è amore e rispetto.

Ieri una mia amica mi raccontava: “non porterò più mia figlia a casa di Teo! Passano dieci minuti e Teo come al solito inizia a essere colmo di rabbia, con quella solita faccia…(e la mima) e quel dito indice, che oscilla con veemenza da sinistra a destra, come un tergicristallo elettrico!”. La mia amica sta descrivendo Teo. A me sembra stia riproducendo la sua mamma. Così glielo faccio notare: “Does this tell anything to you?” (= ti dice nulla tutto ciò?). Le spiego come la vedo, ma lei fa una faccia come se stessi pregando in sanscrito.

 

Se sono felice, loro sono felici.

Può sembrarti un concetto che mette ansia da prestazione, ma i bambini imparano quasi ogni attività interpersonale attraverso un modello. Chi è il loro modello principale? Siamo noi due, mamma e babbo. Il modo in cui gestiamo un litigio, la frustrazione, la risoluzione di problemi, le relazioni con altre persone, parlare, muoversi. Tutto è imparato tramite l’osservazione di noi grandi che siamo loro più vicini. Ci vuole tempo! Stavo per sostituire il punto esclamativo con un punto, ma lo lascio perché mi viene in mente una persona. Dice che con i figli non è importante la quantità di tempo che trascorri, ma la qualità. In tutte le discipline, il risultato dipende molto dal tempo che si dedica. Come mai crescere i propri bambini è l’unico campo in cui non conta molto il tempo investito?

Babbo Mammal e io cerchiamo di comportarci in maniera responsabile, salutare e saggia. Quando sto per dare da matto, perché sento che è stato schiacciato il mio bottone d’allarme, cosa faccio?


Sono umana e mi innervosisco anche facilmente. Quindi prendo e vado un attimo di là. Faccio una cosa che voglio o devo fare. Quando sento calare la pressione, ritorno. Se sono un po’ offesi per l’abbandono inaspettato della scena, pazienza. Sicuramente recano più danno quelle volte in cui mi sono messa a bisticciare con un bambino che ha trentatré anni meno di me. Quelle volte lì, non ho solo impersonato un comportamento negativo, ma ho perso rispetto di fronte a loro. Perdiamo la faccia quando perdiamo il controllo di noi stessi e diventiamo miserabili. Accade quando prendiamo sul personale le piccole sfide a cui i nostri piccoli ci sottopongono. (In realtà il bambino ha un problema con sé stesso, ma non sa come altro esprimerlo.) Non perdiamo la faccia quando scendiamo ad un compromesso che vada bene per entrambi i partiti e genera una certa armonia. Anche se non è proprio ciò in cui entrambi speravamo. Appariamo forti quando manteniamo la calma e la dignità. Le lotte per acquisire il controllo della situazione sono molto malsane. Per ora vinci tu, perché sei il più forte (che bella soddisfazione per un genitore). E cosa faccio poi, quando saranno grandi abbastanza da sfuggire al mio controllo? Se scendo a compromessi sto insegnando al mio bambino l’importanza della flessibilità e del problem-solving, in tutte le situazioni interpersonali quotidiane.
Mangio con gusto, sono felice del momento della cena (non recito), esprimo gioia perché è sabato, sto zitta quando mi senti brutta. Tutto ciò che faccio viene assorbito. Semplicemente perché questo è il modo in cui i cuccioli di ogni specie apprendono.

 

Mi esprimo in maniera positiva

Cerco di formulare le cose che voglio dire in maniera positiva. Richiede un po’ di creatività, ma presto diventa un’abitudine. È più di un modo di parlare. È una specie di filosofia di vita insieme. Il goal è la collaborazione. Se mi esprimessi impartendo “NO” per ogni piccola cosa, loro non sarebbero più capaci di distinguere ciò che è pericoloso, oppure non rispettoso nei confronti degli altri. È un po’ come la favola del pastorello che gridava “Al lupo! Al lupo!“.

“Camminiamo lenti in questo punto, che vedo tanto fango” vs “Qua non saltare, che c’è una pozzanghera e ti sporchi!” (Anzi, creerei proprio un’immagine che sa di divertimento assicurato.)

“Quando ti sei vestito, possiamo uscire.” vs “Metti questa benedetta giacca, sennò non si va fuori.”

“Possiamo passare al dolce, quando tutti avranno finito di mangiare il secondo. Lo hai assaggiato? Ti piace?” (Offro, ma non lo forzo a mangiare, se sospetto che non gli piaccia. Rispetto i suoi gusti, anche io ne ho.) vs “Niente dolce finché il piatto non è pulito!”

“Per favore, puoi chiudere la porta con gentilezza?” vs “Non sbattere!”

“Se non riesci a restituire il suo giocattolo, posso farlo io per te. Posso?” vs “Ridagli subito il suo giocattolo!”

“Lo so che hai fame. Appena arriviamo a casa ti do subito qualcosa. Se mangi un dolce prima della cena, il pancino si chiude e non vuole più tutte quelle cose che ti fanno diventare forte forte…” vs “No, no! Non si mangia il gelato prima di cena!” (Cerco sempre di accogliere/riconoscere il suo bisogno con le mie parole, per aiutarlo a comprendere ciò che prova. Il mio goal è insegnarli pian piano ad avere un piccolo controllo sulle sue emozioni/pulsioni.)

“Appena hai finito di mangiare, mi puoi dire questa cosa che mi vuoi dire.” vs “Non si parla con la bocca piena!”

“Perché non prendi i colori a cera?” (Invito) vs “Non usare i pennarelli che ci metto una vita a pulire!” (Per la prossima volta, mi ricordo di tenerli da parte, se voglio controllarne l’uso.)

“Perché non metti i sandali di plastica? Con la plastica non si scivola.” vs “Non andare scalzo sotto la doccia (in piscina)!”

“Tieni, prova con la forchetta.” vs “Non mangiare con le mani!”

Gli esempi sono infiniti e aperti, ma hai capito il principio.

Gli inviti stimolano la riflessione nel bambino. Tramite i nostri suggerimenti, acquisisce un senso di ciò che è giusto e ciò che non lo è. Impara a intuire che certe scelte portano conseguenze negative per lui (e per tutti noi che siamo un team). Inoltre, ci poniamo su un livello neutro, gentile. Percepisce che per noi la sua reazione o la sua risposta hanno un valore. Perché non si tratta di un ordine, ma di un invito aperto. Tramite imposizioni, stuzzicherei solo il suo desiderio di affermarsi (alias il bisogno di ribellione). Per finire, non voglio esprimere negatività. Voglio pormi su un livello più piacevole per TUTTI quanti i presenti.

 

Parlo per me stessa anziché dare ordini ad altri

Per la nostra comunicazione,

  • ho abbandonato l’uso dell’imperativo come modo dei verbi. L’ho rimpiazzato su due piedi con la proposizione interrogativa diretta o indiretta (“perché non…?”, “mi chiedo come…”). Non devo neanche pensarci.
  • uso solo la prima persona singolare (“io”). Anche qui non serve neanche tanta creatività.

Se impartissi un ordine, non mi ascolterebbero, non ne comprenderebbero il senso. Che ne sanno a due o tre anni del valore di un centrino. Non considererebbero (rifletterebbero su) ciò che dico. Il focus si sposterebbe sul difendersi da me, anziché sul considerare l’azione (il comportamento) e la conseguenza di essa.

Se parlassi loro, urlando “non far questo!”, “non far quello!”, “sii carino”, “sii gentile”, darei delle colpe. Invece voglio comunicare come mi sento io, cosa noto, cosa vedo, cosa penso. Voglio stimolare la loro riflessione, la loro empatia e la loro capacità di problem-solving. Ogni volta mi stupisco di quanto funzioni. Non solo sui Bimbi Mammal, ma anche su quelli degli altri, quando ne ho la possibilità.

Teo piange. Bimbo Mammal gli ha preso un gioco e non glielo ridà. “Bimbo Mammal, vedo che Teo piange. Mi chiedo come possiamo aiutarlo, così torniamo a essere tutti amici e ci divertiamo.”

Questa tecnica comunicativa può avere negli anni critici un risvolto salva-la-vita. Il consulente familiare Jim Fay e lo psichiatra Foster W. Cline hanno fondato l’approccio Love and Logic®, che ispira genitori e insegnanti in molti Paesi. L‘individuo abituato fin da piccolo a riflettere, scegliere, fare esperienza delle conseguenze scaturite dalle proprie scelte, sarà meno suscettibile alla pressione dei compagni di scuola e degli amici, negli anni delicati dell’adolescenza. La voce dei coetanei ha un peso molto forte a quell’età. Il bambino abituato fin da piccolo ad attenersi passivamente a comandi – spesso poco compresi -, seguirà lo stesso schema da grande: andar dietro a ciò che dicono altri al di fuori di sé, senza spirito critico e senso della responsabilità. Il peso di queste voci sarà sempre presente, ma molto più leggero, nel ragazzo che fin da piccolo è stato abituato a fare esperienza dai propri errori (=derivati dalle proprie scelte sbagliate). Solo che, quando è piccolo e fa errori, le conseguenze sono leggere. Quando è grande e fa errori, le conseguenze delle scelte sbagliate possono avere un prezzo molto alto.

 

Offro delle opzioni con cui sono felice, qualsiasi scelta lui/lei faccia

Offrire delle scelte semplifica la vita di tutti. Mi permettono di rinunciare al controllo di cui non ho davvero bisogno e ottenere quello necessario. Onoro il bisogno di libertà dei miei bambini ed il loro bisogno di controllo (io non ne ho?). Rispetto la loro facoltà di esprimere un gusto o un desiderio. Quindi la loro individualità. Insegno la dignità. Quando può scegliere, il bambino non ha richieste cui reagire contro. Non c’è alcuna lotta per il potere, per cui senta il bisogno di ribellarsi. La scelta dà al bambino la possibilità di riflettere. Ha la possibilità di valutare, scegliere tra opzioni diverse che portano con sé conseguenze diverse. Oltre a questo, le scelte forniscono al bambino la possibilità di fare errori e imparare dalle conseguenze. Quando do ordini, mi programmo per perdere, o per avere problemi.

“Cosa scegli, i pantaloni verdi o quelli gialli?” In caso non voglia vestirsi.

“Preferisci giocare qui con noi o andare a fare tanto rumore nella stanza di là, dove non sentiamo la tua voce così alta?”

“Vuoi mettere le scarpe qui o in macchina?”

“Vuoi il cucchiaino di plastica o quello dei grandi?” In caso non voglia usare posate.

“Puoi scegliere: stare fuori con i piedi sporchi oppure entrare e venire a lavarti i piedi, per stare insieme a noi?”.

Con le due opzioni (numero adatto all’età) pongo dei limiti d’azione con cui sono contenta, qualsiasi scelta lui/lei faccia. Ma non posso offrire e poi tirarmi indietro. Perderei credibilità e manderei tutto all’aria. Inoltre, mi guardo bene da opzioni che non voglio vedere implementate. Bimbo Mammal la prima volta ha scelto di stare fuori. Dopo due minuti, ha iniziato a sentirsi a disagio ed è corso dentro, diretto sotto la doccia. Si fida di me. Sa che ciò che dico è vero, perché mi sforzo di essere coerente.

 

Faccio domande

“Vuoi mettere la giacca? Io la metto perché fuori è freddissimo”. “No”. “Quando uno va fuori senza giacca, sente freddo e si può ammalare alla gola”. “Non la voglio”. Andiamo fuori. Se sta benone, a posto. Se sente freddo, posso farlo notare senza troppa enfasi. La prossima volta metterà la giacca. Posso offrire di tornare a prenderla, ma senza troppa enfasi per non urtare nessuno.
Abbandono l’uso dell’imperativo come modo dei verbi. Punto a stimolare la riflessione. In poco tempo si renderà conto che scegliere porta a conseguenze. Se scegliessi sempre io per lui, perderebbe questo passaggio. Ne soffrirebbe anche la sua creatività. Quando sceglie bene, gli dico “Mi piace questa scelta, ottima idea.”, dando importanza al suo modo di pensare. Non voglio attribuire nessuna etichetta, come “bravo” o “cattivo”.

 

Spaventare e punire?

Si atterrebbero a certi comportamenti attesi (poi neanche ne sono tanto certa), solo per paura di me e delle mie azioni. Voglio che i miei bambini conoscano cosa mi piace e cosa non mi piace, cosa mi rende felice e cosa mi rende triste. È tanto semplice da capire per loro, se lo faccio notare. “Non mi piace quando lanci le cose dure. Può far male. Prova. È un oggetto duro o morbido?” “Sono triste quando strappi via le cose così, dalle mani di tua sorella. Siamo amici? Vuoi giocare con noi?” In questo modo, pian piano, conosceranno i miei valori. Se ho forgiato un legame solido, sono sicura che li condivideranno. Cerco di non essere un poliziotto. Desidero che il controllo provenga dal loro interno, non dall’esterno. Altrimenti, creerei individui che fanno buone scelte solo in presenza del controllore e non perché sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato. Voglio forgiare empatia: la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato.
Il focus è insegnare loro qualcosa, invece che punire.

 

Premiare con cose materiali?

Premio con il mio entusiasmo e la mia felicità. Non sto educando un cagnolino a cui do un biscotto, per mostrare approvazione e rafforzare un comportamento. Voglio che scelgano una cosa, piuttosto che un’altra, perché conoscono i miei valori e mi vogliono bene. Non perché sanno che arriverà una mazzetta.

Quando organizzo delle attività che adorano o quando compro qualcosa in regalo, non dico che è perché sono stati bravi o perché hanno dormito. Lo avrei fatto comunque, no?

“Mamma, perché ci porti un’altra volta in piscina?” “Perché così ci divertiamo nell’acqua”.

Mi guardo bene dall’usare il cibo come premio:

  • influenza negativamente le abitudini alimentari
  • porta i bambini a mangiare cibi particolarmente ricchi di zucchero e/o grassi (come caramelle, patatine, pasticcini, bevande gassate e zuccherate: calorie inutili), in dosi maggiori rispetto a se non facessimo di questo cibo un premio
  • trasmette il messaggio che questi alimenti sono preferibili (“se me lo dà persino la mia mamma quando faccio una bella cosa…”)
  • interferisce con la capacità del bambino di regolare le quantità, in base al proprio senso di sazietà
  • incoraggia il bambino a mangiare quando non ha fame, per premiare se stesso.

Voglio che imparino, tramite il mio comportamento, a mangiare con gusto cibi ad alto potere nutritivo, che fanno bene. Non voglio che inizino ad associare certi stati d’animo con certi cibi (euforia per un buon risultato = dolci o peggio ancora junk-food).

 

Mentire?

Questa è la mia regola più semplice. Non mento mai. Su nulla. Se devo spiegare un concetto, lo semplifico usando parole semplici che evochino immagini adatte per la loro età. Quando racconto una storia a Bimbo Mammal, non faccio in modo di fargli credere che sia vero.

“Mamma, ci sono i mostri?” “NO, sono solo nelle storie che racconta mamma o il computer”.

Divento molto triste quando sento le mie amiche minacciare che Babbo Natale non tornerà il prossimo anno. O che un poliziotto sta per arrivare per portare via qualcuno. I bambini non sono stupidi. Hanno il diritto di prosperare. Meritano rispetto e non vanno presi per i fondelli.

Voglio che i miei bambini si fidino di me e delle cose che dico, al cento per cento. Così impareranno a fidarsi del prossimo e ad amare. Voglio che apprendano da me l’importanza del dire la verità. Voglio che, pian piano, assumano la responsabilità delle proprie azioni e parole. Non voglio che imparino a mentire per convenienza, per compiacere qualcuno o per ottenere risultati.

 

Ora hai l’ansia? Non serve. All’inizio richiede un po’ di attenzione, pian piano diventa il tuo modo di parlare ed agire. Lasciati sorprendere da quanta empatia e saggezza il tuo bambino dimostrerà.

“Mamma, perché mi hai comprato questa ciambella così bella, con tutti pesci?”
“Per giocare in piscina e perché avevo voglia di farti un regalo”.

il bambinese per tutti

6 pensieri su “il bambinese per tutti

  • marzo 11, 2017 alle 15:32
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    Solo tu potevi scrivere queste cose! Denoti una profondità e una saggezza da rimanere basiti. condivido tutto e ti ringrazio per le linee guida che trasmetti e diffondi. Sei un esempio per tutti i tuoi lettori.grazie!

    Rispondi
    • marzo 11, 2017 alle 22:43
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      Benvenuta nel mio spazio! Grazie
      Sei sempre forte, mi manchi.
      Tuo leprotto

      Rispondi
  • marzo 12, 2017 alle 07:14
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    Questo mi piace particolarmente perchè fornisce indicazioni pratiche anche per i nonni. Comunque, premio o non premio , non vedo l’ora di preparare qualche bel pranzetto per i cuccioli!

    Rispondi
  • marzo 12, 2017 alle 16:22
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    Ciao Lucia, ho letto tutto d’un fiato questo post! Condivido e credo in ogni parola che hai scritto, e mi commuove anche un po’ le risposte che dai a bimbo e bimba mammal, sono così piene d’amore e gentilezza, che se mi metto nei loro panni non posso far altro che essere felice e appagata! Magari i miei genitori mi avessero parlato così, certo da grande ho capito il loro amore immenso, ma se si fossero rivolti a me con egual rispetto mi avrebbero risparmiato tanti anni di insofferenza, insicurezza e senso di inadeguatezza!
    Ad ogni modo,credo che stamperó alcune frasi e le attaccherò per casa, così,per promemoria!!!! Grazie per avermi ispirata!

    Rispondi
    • marzo 12, 2017 alle 17:57
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      Lovviu! Tu lo sai che Bimba Mammal deve a te il regalo del latte-per-tutto-il-tempo-che-vorrà? Grazie per avermi sfidato con gentilezza, senza urtare il mio “io”! Tutto questo che vedi non ci sarebbe se non ti avessi conosciuta.

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      • marzo 14, 2017 alle 04:41
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        Grazie tesoro! Io ti ho dato solo un semino, come faccio con tante mamme e babbi che ho incontrato da quando sono diventata mamma, ma tu sola l’hai tenuto al calduccio e l’hai fatto sbocciare! Sono fiera di te!

        Rispondi

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