Bambole mainstream con biberon

Da qualche tempo ho in mente un post come questo. Voglio parlare della condizione di quella piccolissima percentuale di mamme (italiane, comunque occidentali) che praticano natural mothering. Significa essere mamma in maniera naturale. È un concetto di cui parla molto anche il Dr. Sears, pediatra americano di fama internazionale, autore e co-autore di oltre trenta libri sulla genitorialità. È una mamma che, innanzitutto, pratica ecological breastfeeding: tiene il bambino con sé più tempo possibile, lo allatta a richiesta (pag. 11-13) giorno e notte, offre il seno per confortare il piccolo, allatta in posizione sdraiata per il sonnellino pomeridiano e la messa a letto serale e non utilizza biberon né ciuccio. Si crea un’alchimia ormonale tutta speciale, che coinvolge prolattina, ossitocina e serotonina, e che possiamo chiamare attaccamento. È il forte legame affettivo tra la mamma e il suo bambino, che rende la mamma particolarmente aperta all’accoglienza dei bisogni del suo piccolo. A proposito, mi viene in mente una curiosità: la ricerca riporta che l’allattamento – in maniera direttamente proporzionale alla frequenza e alla durata nel tempo – protegge anche il bambino da maltrattamenti fisici, trascuratezza e violenza psicologica da parte della madre. In realtà, natural mothering è il modo più semplice di essere mamma, dato che la vita si semplifica sotto molti punti di vista: basso costo (basti tu e il tuo istinto), grande flessibilità (non c’è dipendenza da orari e oggetti), maggiore conoscenza e comprensione del bambino (natural mothering influisce sull’ascolto del bambino da parte della mamma e sulla comunicazione reciproca, con effetti a lungo termine), maggiore senso di sicurezza della mamma e volontà di cooperazione da parte del bambino (tende a seguire i comportamenti della mamma).

Questa è la mamma che il mainstream genitoriale definisce estremista, fanatica, fissata. Ci sono anch’io ed è per questo che ne parlo. A volte mi sento isolata. Che paradosso, per la società moderna, che invece dovrebbe cercare di fare tagli in termini di tempo ed energia. Cos’è più dispendioso, allattare a richiesta o stare a orari? Slacciare la camicetta o comprare, sterilizzare, mescolare, scaldare, lavare, ri-sterilizzare? Andare a letto insieme e lasciar addormentare dolcemente (ed in poco tempo) il bimbo, nell’unico modo previsto da madre natura – decine di milioni di anni fa – o implementare strategie stressanti per tutta la famiglia e tossiche (a livello neurologico) per lo sviluppo del bambino? Tenere in braccio o in fascia il bambino, quando ha bisogno di contatto e movimento (ricordi? come in pancia), o far oscillare all’infinito la tanto amata carrozzina? A che scopo tutto questo stress? Insegnare ai bambini piccoli ad addormentarsi senza la mamma, controllare il pianto, insistere perché comprenda, pian piano, che mamma non lo prenderà in braccio e che deve farcela da solo significa non rispondere ai bisogni emozionali. Sono tutti ingredienti per un’ottima ricetta: creare mancanza di fiducia, individui impulsivi, irrequieti, che guardano il mondo con occhi ostili e chiusi in sé stessi. Ne vedo ogni giorno e conosco le dinamiche di queste famiglie intorno a me. Perché le mamme non sanno più vedere un bambino per ciò che è? Perché non vedono più l’allattamento come un appuntamento per le coccole? Perché corrono urlanti dal pediatra, esclamando “non ce la faccio più!”? (Ora che ci penso, perché dal pediatra e non dall’ostetrica?) Sono convinta che sia un problema culturale: è un atteggiamento mentale. La cultura moderna ci dice di fare cose molto diverse da ciò di cui hanno bisogno i bambini molto piccoli. Così i genitori si affannano, perché l’istinto, che è evoluto attraverso milioni di anni, suggerirebbe di fare ben altre cose: tenerli in braccio, coccolarli, farli dormire con noi. Tutto questo genera conflitto. Filtra.

Di seguito, riporto un passo significativo, tratto dalla Dichiarazione congiunta OMS/UNICEF, L’allattamento al seno, protezione, incoraggiamento e sostegno:

L’esperienza e l’educazione ricevuta dalle donne fin dalla prima infanzia influisce in seguito sul loro atteggiamento e comportamento nei confronti dell’allattamento al seno. Il vedere abitualmente altre donne che allattano, specialmente nella stessa famiglia o gruppo sociale, è soltanto uno dei vari esempi grazie ai quali le ragazze e le giovani donne possono sviluppare un atteggiamento positivo verso tale pratica. Laddove prevale la “cultura del biberon”, le ragazze e le giovani donne non hanno modelli positivi di allattamento al seno nella loro esperienza quotidiana. Non è sorprendente che in tale ambiente le donne adulte abbiano frequentemente una conoscenza scarsa o addirittura nulla dell’allattamento al seno o della sua attuazione, manchino di fiducia nella loro capacità di allattare e non siano circondate da familiari, amici o altri sostegni sociali chele aiutino a superare gli eventuali problemi connessi. In casi estremi, intere generazioni di giovani madri non hanno mai visto una donna allattare al seno e non conoscono nulla di questa pratica che considerano antiquata e non più necessaria. È chiaramente preferibile non attendere che queste donne partoriscano senza prima essere state educate e motivate ad allattare al seno i propri figli. Anche desiderandolo, poche madri hanno la probabilità di riuscirci in tali circostanze.

Mainstream è il pensiero corrente e diffuso, che si contrappone alle tendenze minoritarie: è convenzionale, comune e dominante. Non devi far nulla, solo seguire il branco. Il mainstream beneficia di un seguito di massa, perché è generalmente diffuso dai mass media. Eccoli qua: i mezzi di comunicazione di massa. Rappresentano l’alimentazione artificiale come normale ed il seno come forte oggetto sessuale, svuotato della propria funzione biologica (nutrire i cuccioli). Le bambole hanno quasi sempre un piccolo set con biberon o ciuccio. Le ragazze sui cartelloni ci sbattono in faccia un seno spropositato e uno sguardo super-erotico. Questo è il modello culturale, con cui crescono i nostri bambini. A volte, per quanto io sia discreta (ma niente toilette o coperta in testa ai piccoli!), mi ritrovo davanti dei ragazzini, con sguardo riluttante. Una volta, uno mi ha chiesto “What is she (Bimba Mammal) eating?!”. Io gli ho risposto “Something you don’t have in France“. (Sulla situazione della povera Francia, il libro uscito nel 2016 della giornalista ambientale Jennifer Grayson – Unlatched – offre uno scorcio angosciante.)

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Gli schermi informativi dentro gli ospedali, gli esperti nelle università, i medici all’interno delle più grandi organizzazioni scientifiche internazionali, psicologi, psichiatri e antropologi ripetono che i genitori devono informarsi. Non basta essere mamma o babbo: questo alibi non funziona. Se tutto ciò che sappiamo sui bambini lo abbiamo appreso in maniera casuale, tramite la cultura popolare e i mass media, il rischio di essere genitori superficiali è molto alto.

Il Dr. Elliott Barker è un noto psichiatra canadese, fondatore e direttore della Società Canadese per la prevenzione della crudeltà sui bambini (CSPCC) e redattore di una rivista molto stimata sulla genitorialità empatica (al momento non più pubblicata). Tra i maggiori ostacoli alla crescita di bambini sani, cita la mancanza di preparazione dei genitori. Racconta di come negli Stati Uniti ci siano già delle scuole, in cui l’educazione genitoriale fa parte del curriculum scolastico dei ragazzi fino all’età di quindici anni. Serve a prepararli a una professione che, in futuro, eserciteranno con grande probabilità. Darcia Narvaez, dottorato di ricerca, è una testa calda per il movimento della genitorialità consapevole. È ricercatrice in neuroscienze, presso l’Università di Notre Dame e dirige un centro per l’educazione etica. In un’intervista interessantissima, parla delle connessioni tra la neurobiologia infantile, la mancanza di una cultura “morale” e le crisi ecologiche correnti, create da adulti disconnessi, non-empatici: un prodotto, a loro volta, delle moderne pratiche genitoriali e delle credenze culturali. Come si fa a guarire noi stessi e riparare i danni, che si traducono in persone marce, sistemi di valori marci e un pianeta marcio? Narvaez dice che bisognerebbe installare un allarme, per gli adulti che considerano l’idea di mettere al mondo dei figli. Servono dei programmi educativi per preparare gli adulti, data la scioccante mancanza di sostegno che dovranno affrontare, in una cultura fatta di codici sociali e politici “immorali”: spinge ad ignorare e rifiutare le esigenze naturali dei neonati. Bisogna sensibilizzare, istruire i genitori sui bambini e renderli più consapevoli: non accogliere i bisogni di base del bambino genera problemi. Forse non lo vedranno subito, magari in adolescenza o in età adulta: depressione, ansia, crisi di panico, un sistema immunitario debole e molto altro ancora. Tutta questa roba viene in gran parte determinata in quei primi anni, dal modo in cui i genitori si prendono cura dei loro bambini. A molte persone fa comodo non pensare a queste cose.

 

Quali sono allora le raccomandazioni della psicologa americana, per essere una mamma mammal (mammifera) e naturale?

Tieni in braccio il tuo bambino. Studi sui mammiferi mostrano che la separazione fisica da chi si prende cura di lui crea uno stato di disorganizzazione dei sistemi fisiologici.

Promuovi il contatto visivo. Guardare un bambino a lungo e dolcemente aiuta il suo cervello a connettersi, ponendo le basi per un’interazione sociale positiva.

Allatta più a lungo possibile. Il latte materno ha il giusto equilibrio di ormoni per lo sviluppo del cervello (l’intelligenza e la socialità) e dona immunità per tutta la vita.

Gioca. Il gioco libero, corpo a corpo, con il bambino, forgia anche l’empatia e l’intelligenza sociale.

Evita di lasciar piangere il bambino. Il cervello di un bambino che piange è invaso da ormoni dello stress e tende a creare una personalità in ansia, inibita e chiusa in sé.

Limita i giochi elettronici e i supporti audiovisivi, perché danneggiano il cervello. Nel corso della prima infanzia, da 0 a 2 anni, i bambini non devono mai guardare TV o video: è stato individuato un forte legame con il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. In questa fase della vita, il cervello è influenzato dall’esperienza. Le cose su cui si concentra ora determinano risposte automatiche in futuro.

Ai bambini, soprattutto negli Stati Uniti, non viene spesso concesso di trarre piacere dai rapporti interpersonali: già nei primi mesi, vengono spronati a fare cose da soli, tra cui dormire. Il loro cervello, quando ce la fa, cerca piacere altrove: tipicamente in oggetti inanimati. Diventano individui solitari, non empatici, tendenti allo stress. Sviluppano questa cosa dell’oggetto di conforto (o “transizionale”), perché scoprono che non possono contare sulle persone (ricordi? mettilo nella culla quando è ancora sveglio e poi cerca di non prenderlo in braccio, così impara ad addormentarsi senza la mamma). Troppi bambini arrivano a scuola con scarse abilità sociali, scarsa regolazione delle emozioni e abitudini che non promuovono comportamenti pro-sociali, che favoriscano il successo nella vita.  Gli Stati Uniti hanno un’epidemia di ansia e depressione tra i giovani, anzi in tutte le età. Questi sono numeri reali.

Oggetto “transizionale” (copertina di peluche, orsacchiotto, pezzo di stoffa, qualcosa di caldo e morbido), che il bambino investe di una forte carica affettiva. Viene usato come elemento di passaggio: aiuta il bambino ad entrare in contatto con la realtà (la mamma che rientra a lavoro, che sceglie di non farlo addormentare al seno, che sceglie di non dormire con lui la notte, eccetera), permettendogli di adattarsi ai cambiamenti e di superare le difficoltà. Attenzione però, osservalo bene. Il bambino non è stupido: sa benissimo che questo oggetto morbido e inanimato non è la sua mamma e spesso continua ad essere infelice o si ribella.

Narvaez sottolinea che i genitori di fatto hanno una scelta: possono influenzare, se il cervello del loro bambino sia cablato per il piacere derivante dalle relazioni interpersonali o per il piacere derivante dalle cose. A questo proposito, il Dr. Sears dà un grande suggerimento alle mamme, che si apprestano a svezzare il loro bambino dal seno: non svezzare il bambino da te, in cambio di un oggetto, come un animale o una coperta di peluche. L’idea è di svezzare il bambino dal seno a una fonte alternativa di nutrimento affettivo. È il momento in cui il  babbo dovrebbe iniziare a coinvolgersi attivamente e dedicarsi al conforto del bambino. Quando il ruolo del padre nella vita del bambino diventa più grande, il bisogno di succhiare può scendere verso un secondo piano.

 

Mettere al mondo un bambino è una cosa che facciamo in molti con troppa leggerezza. Urge che diventiamo tutti un po’ più umili e iniziamo a metterci in discussione di più. Sarebbe già un grande passo verso un atteggiamento più costruttivo: voler informarsi di più, per fare un po’ meglio ogni giorno. Genitorialità naturale (contrapposta a quella culturale), un sacco di contatto fisico e allattamento al seno a richiesta, accoglienza del pianto e dei bisogni, mantenere calmo il bambino, più persone adulte di riferimento che aiutino a prendersene cura, gioco, clima positivo di sostegno per la mamma e il suo bambino, parto naturale (quando possibile) sono tutti elementi ormai noti per avere effetti a lungo termine sul funzionamento del cervello e del corpo dei nostri piccoli.

la mamma naturale tra educazione e isolamento

2 pensieri su “la mamma naturale tra educazione e isolamento

  • aprile 3, 2017 alle 12:33
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    Faccio parte,seppur da poco,di quelle mamme”fanatiche”..lo diventi ancor di piu agli occhi degli altri perché la situazione è ribaltata rispetto a 30 anni fa quando si allattava ogni 3 ore,se piangeva nel frattempo lo si cullava ovviamente nella carrozzina,lo si faceva dormire a pancia in giù con la testa di lato…e quando tu tiri fuori il seno per allattarlo o per consolarlo allora “il mondo è cambiato…se gli dai il ciuccio vedrai che si calma…a noi i bambini sono cresciuti tanto bene…”Insomma le condizioni culturali in cui vivi ti influenzano e se non sei almeno un po informata finisci col cedere ai “consigli non richiesti”degli altri!quando si è all’inizio non sempre è facile credere al tuo istinto piuttosto che ad una madre che ti consiglia l’opposto!bisognerebbe fare dei mini corsi ai neogenitori sull’importanza di imparare a sentire solo se stessi!credo che incontrerei x strada o dal pediatra anche meno mamme esaurite che non apprezzano il tempo in cui il loro piccolo sta attaccato al seno…

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    • agosto 10, 2017 alle 14:22
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      Infatti l’insicurezza è ciò che frega quelle mamme empatiche e quindi sensibili ai segnali dei loro bambini. Se non sono informate non avranno la forza e la determinazione necessaria per scegliere di rifiutare i “consigli non richiesti”.

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