Una collega indiana di Babbo Mammal ha appena avuto una bambina. Senza pensarci due volte, le abbiamo comprato IL libro sulla genitorialità consapevole e rispettosa: William Sears e Martha Sears, The Attachment Parenting Book : A Commonsense Guide to Understanding and Nurturing Your Baby. È un libro sul legame tra genitori e bambini. William Sears è dottore in medicina e specializzato in pediatria. Ha completato i suoi studi presso l’ospedale dei bambini del Harvard Medical School e il Toronto Hospital for Sick Children, che è l’ospedale per bambini più grande al mondo. Da circa cinquant’anni, esercita con grande successo la sua professione. Sua moglie, Martha, è ostetrica, educatrice e consulente per l’allattamento. In America sono un’istituzione. Hanno scritto e co-scritto circa una quarantina di libri, alcuni dei quali sono diventati assoluti best-seller e forniscono tutt’ora le linee guida a genitori di tutto il mondo. Il Dr. Bill (si fa chiamare così) ha coniato il termine Attachment Parenting (AP). L’attaccamento genitoriale (AP) è una filosofia parentale che, attraverso metodi gentili, mira a promuovere l’attaccamento della madre, del padre e del neonato. Non avviene solo attraverso la massima empatia materna (e paterna) e l’accoglienza dei bisogni del bambino, ma anche tramite la vicinanza ed il contatto fisico. La sua filosofia trae ispirazione da Jean Liedloff ed il suo capolavoro del 1975: The Continuum Concept. L’idea è che gli esseri umani hanno un innato insieme di aspettative (che Liedloff chiama il continuum) e la nostra evoluzione (come specie, cioè quella umana) ci ha progettato per soddisfare questi bisogni. Lo scopo della soddisfazione di tali aspettative è quello di raggiungere uno sviluppo ottimale e un’adattabilità fisica, mentale e emotiva. Secondo Liedloff, per raggiungere questo livello di sviluppo, i giovani esseri umani, soprattutto i bambini, richiedono il tipo di esperienza a cui la nostra specie si è adattata, tramite la selezione naturale, durante il lungo processo della nostra evoluzione. Una di queste esperienze necessarie, insieme a 1. il contatto immediato tra mamma e neonato dopo il parto, 2. il contatto fisico costante ed il portare in braccio il bambino, 3. la condivisione del letto (l’UNICEF riporta i dati scientifici più recenti, in supporto di questa pratica, purché in assenza di determinati fattori di rischio), 4. l’accoglienza del pianto e dei bisogni del bambino, è proprio 5. l’allattamento prolungato.

Il dottor Sears racconta delle volte in cui ha sentito mamme in attesa dire: “Non ho intenzione di essere una di quelle mamme con un bimbo di due anni, che le tira la camicetta e chiede il suo latte.” Sears è felice di poter riportare che molte di quelle stesse mamme, in seguito, hanno continuato ad allattare i loro bambini anche oltre l’infanzia. Così, il suo consiglio è di non parlare troppo forte, prima di aver provato. L’allattamento prolungato è un aspetto importante dell’attaccamento genitore-bambino e allo stesso un tema molto controverso. Per fortuna (dei piccoli e delle loro mamme) – come riassume efficacemente la celebre consulente per l’allattamento Kelly Bonyata, BS, IBCLC – la ricerca moderna non fa che esaltarne i molteplici benefici. Il Dr. Bill racconta di mamme, felici del fatto che il loro latte aiuti a guarire le feritine dei loro piccoli e li aiuti ad addormentarsi dolcemente, senza guerre e tempi lunghi. Inoltre, i momenti in cui la mamma allatta sono spesso gli unici, in cui riesce a sedersi un po’ e a rilassarsi fisicamente e mentalmente (esperienza che anch’io condivido al cento per cento). Allattare un bimbetto vuol dire anche aiutarlo a ritrovare la pace e la tranquillità, nel tempo in cui esplora e sfida i propri confini, ritrovandosi spesso frustrato dalle cose che non può fare (usare coltelli affilati, annaffiare tutto il bagno con la doccia, stare in vasca per ore, acchiappare il gatto per la coda, eccetera). L’allattamento aiuta la mamma che lavora a riconnettersi con il suo piccolo, quando tornano a casa, dopo una lunga giornata separati. Li aiuta a ricongiungersi profondamente in quei giorni, in cui sembrano ritrovarsi solo in conflitto. Per molte mamme, è impossibile immaginare di non avere più questo legame così unico e speciale. Il mio latte significa così tanto per Bimba Mammal e me. Come (e soprattutto perché, a meno che io non cercassi una nuova gravidanza) potrei rifiutare di darle qualcosa di così importante, per il suo benessere emotivo? L’allattamento prolungato regala ricordi bellissimi, che riempiono il cuore (e gli occhi di lacrime). Come dice il Dr. Bill, non c’è nient’altro che renda una mamma più orgogliosa e sicura di sé.

Per chi, invece, avesse dubbi sul potere nutrizionale del latte materno nel secondo anno di vita di un bambino, allego la tabella sottostante. Viene dal Model Chapter for textbooks for medical students and allied health professionals on Infant and Young Child Feeding (=manuale per libri di testo per studenti di medicina e professionisti del settore sanitario), di OMS e UNICEF.

La tabella elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostra il divario di energia, proteine, ferro e vitamina A, che deve essere colmato da alimenti complementari, per un bambino allattato di 12-23 mesi di età. La parte in colore leggero di ogni colonna mostra la percentuale delle necessità quotidiane del bambino, che possono essere fornite da un apporto medio di 550 ml di latte materno. La parte in colore scuro della colonna mostra il divario che deve essere colmato. Il divario più grande è per il ferro, quindi è particolarmente importante che gli alimenti complementari contengano ferro, se possibile proveniente da alimenti di origine animale, come carne, interiora, pollame o pesce. I legumi (piselli, fagioli, lenticchie) e la frutta secca (noci, nocciole, mandorle, eccetera), abbinati a cibi ricchi di vitamina C per aiutarne l’assorbimento, forniscono un’alternativa, ma non possono sostituire completamente gli alimenti di origine animale. Il latte materno del secondo anno di vita del bambino copre più del 50% del fabbisogno di proteine e più del 75% del fabbisogno di vitamina A.

Gli studi più recenti sono concentrati sui risultati a livello intellettuale: la durata dell’allattamento contribuirebbe allo sviluppo mentale e sociale dell’individuo, con risultati concreti in età adulta. Così, il bambino fortunato è anche quello che può bere il latte della sua mamma fino a due anni e – volendo – anche oltre. La European Society for Paediatric Gastroenterology Hepatology and Nutrition (ESPGHAN) e l’American Academy of Pediatrics (AAP) raccomandano che le madri allattino per almeno un anno (e oltre). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF ne raccomandano almeno due (e oltre). La Academy of Breastfeeding Medicine sottolinea che allattare oltre l’infanzia è la norma biologica per l’essere umano e l’età media per lo svezzamento dal seno va dai due ai cinque anni: il bambino gode di maggiore salute fisica e mentale, perché il latte umano contiene sostanze nutritive, anticorpi e sostanze immunomodulanti, che non sono presenti nella formula infantile o nel latte vaccino; per la mamma si riduce il rischio di cancro al seno, cancro ovarico, diabete, ipertensione, obesità e attacco cardiaco. Così, quando i nostri amici chiedono “Ancora allatti?”, Babbo Mammal ed io rispondiamo con orgoglio, che stiamo seguendo il consiglio delle maggiori organizzazioni scientifiche mondiali.

Secondo la Dottoressa Katherine A. Dettwyler, noto professore associato presso l’Università di Delaware in Newark (Stati Uniti), che si occupa di antropologia bioculturale, ci sono tre grandi ragioni per continuare ad allattare un bambino fino ad un massimo di 6-7 anni. La maturazione del sistema immunitario avviene intorno ai 6 anni di età. Fino a questo traguardo, esso necessita – tra le altre cose – dei linfociti presenti nel latte materno. Secondo motivo, il cervello umano non raggiunge le dimensioni “adulte” prima dei 6-7 anni di età. La presenza nel latte materno di un’elevata quantità di acidi grassi polinsaturi, in particolare a lunga catena, rendono l’allattamento essenziale per lo sviluppo ottimale del cervello e della retina. Solo pochi, di questi grassi, sono stati aggiunti al latte artificiale. È importante notare, che la concentrazione dei grassi tende ad aumentare nel latte materno verso la fine della poppata, inducendo nel bambino lo stimolo della sazietà. Questo non avviene per l’alimentazione artificiale, dal momento che questi latti mantengono la stessa composizione dall’inizio alla fine della poppata, dilatando eccessivamente le pareti dello stomaco ed inducendo i bambini a mangiare più del necessario. Terza ragione, la psicologia dello sviluppo individua un significativo cambiamento nei processi intellettivi, che avverrebbe intorno ai 7 anni di età. Inoltre, è a questa età che sopraggiungono i primi molari permanenti, i quali potenziano la capacità del bambino di trasformare il cibo. Questi elementi suggeriscono che i primi 6-7 anni di vita del bambino sono l’età, in cui egli è ancora dipendente da cure materne intensive, compreso l’allattamento al seno, per uno sviluppo ottimale.

Per finire, l’allattamento prolungato aiuta chi implementa una disciplina positiva (= no minacce, no punizioni, limiti posti sotto forma di scelte offerte, riflessioni, accoglienza delle emozioni e guida al riconoscimento di esse, empatia, rispetto). La Leche League International (LLLI) è un gruppo internazionale non-profit, fondato nel 1956, che distribuisce informazioni e promuove l’allattamento al seno. Secondo le sue portavoce, l’allattamento al seno può anche aiutare un bambino a comprendere la disciplina. La disciplina insegna ad un bambino ciò che è giusto e ciò che è bene. Non ha niente a che fare con la punizione per un normale comportamento del bambino. Per aiutare un bambino a crescere attraverso la disciplina, egli deve sentirsi bene con sé stesso e rispetto al suo mondo. L’allattamento al seno aiuta un bambino a sentirsi bene, perché i suoi bisogni fisiologici ed emotivi sono stati soddisfatti.

Poco tempo fa, una mia carissima amica mi ha sfidato nella riflessione sul rapporto tra le cure materne intensive – incluso allattamento e babywearing – e il tempo a disposizione della mamma e del babbo moderni. Basandomi sulla mia esperienza personale e sulle informazioni raccolte nel corso di questi ultimi anni, le ho risposto che la mancanza di tempo è l’alibi dei genitori disinformati o poco predisposti all’accoglienza dei bisogni del bambino. Questo, non perché siano genitori cattivi, ma spesso come risultato del sistema di valori prevalente nella società moderna ad alto tasso di psicopatia. La mamma che lavora può allattare il suo bambino quando è a casa, come fa anche una mia amica che lavora a tempo pieno dal lunedì al venerdì e mezza giornata anche il sabato. I primi mesi lo spremeva un paio di volte a lavoro, per mantenere alta la montata lattea. Impieghi quanto a scorrere le foto sui social network. Quindi, è una questione di predisposizione mentale.

Gisele Bündchen, topmodel

In genere, a partire dalla fine del primo anno di vita in poi, spremere non serve più, dato che il bambino mangia già altre cose. La mamma può allattarlo la mattina, poi quando torna a casa dal lavoro, quando accompagna il bambino a letto e, se vuole (più che altro se godono della gioia e della bellezza della condivisione del letto), anche durante la notte. Insomma, usi il tuo latte come fai con tutti gli altri prodotti in dispensa: li offri quando siete insieme. Per quanto riguarda la fascia, il bambino può starci tutte le volte che mamma e babbo fanno una passeggiatina all’aperto. Cosa che, tra l’altro, farebbe molto bene anche a loro. Certamente, può starci anche in casa. “Indossare” un bambino vuol dire averlo calmo, “connesso” e prossimo a tutti gli stimoli provenienti da ciò che sta facendo la persona che lo tiene. In più, questa persona ha le mani libere per fare tante cose, se necessario. La cosa buffa è che allattamento e fascia, oggi, sembrano quasi essere

Nicole Trunfio, topmodel

abitudini di nicchia. Cioè, non fanno parte del mainstream genitoriale, nella società moderna occidentale. L’allattamento prolungato è spesso riscontrato tra donne di classe sociale media e alta, donne che lavorano fuori casa e donne con un alto livello di istruzione (dottorato di ricerca, dottore in medicina, master of science, eccetera). In Italia, allattano per meno tempo le mamme con livello di istruzione e condizione socioeconomica più bassi e quelle residenti nelle regioni meridionali. In realtà, allattare al seno per diversi anni e trasportare il bambino nella fascia (cosa che ho visto fare molto alle mamme tedesche) sono delle pratiche antichissime, i cui benefici vengono esaltati proprio in questi ultimi anni.

A parte questo, mi diverto a guardare i brelfies di celebri attrici e modelle. Il consiglio che ti do oggi è: sii cool, libera e allatta finché ti piace.

È un vero peccato, che solo pochi libi del Dr. Bill siano stati tradotti in Italiano. Io lo conosco bene, perché leggo spesso le pagine istruttive del suo sito internet. Inoltre, viene citato continuamente in molte altre opere e articoli online. Così, non abbiamo resistito e abbiamo iniziato a leggerlo, facendo attenzione a non sgualcire le belle pagine larghe. Se leggi volentieri in Inglese, cerca di non perdertelo, perché aiuta davvero tanto.

l’allattamento prolungato per la mamma e il suo bambino

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