Young Virgin Spanking the Infant Jesus In Front of Three Witnesses, Max Ernst, 1926

Ho letto un vecchio articolo bellissimo, del filosofo Umberto Galimberti. Il mio desiderio di cambiamento è riassunto in quelle righe. Ho pensato e pensato, mentre andavo a comprare carote e fagiolini, camminando sotto il sole cocente, insieme ai miei bambini. Li ho messi al mondo, in una società ad alto tasso di fretta, stress, individualismo, che ha sacrificato senza alcun riguardo l’empatia: la capacità di mettere sé stessi nella situazione di un’altra persona e rispondere come se questo contasse. La mancanza di empatia è una vera e propria responsabilità. Questa è anche la più importante caratteristica nella personalità dello psicopatico: non sa sperimentare sensazioni positive che provengano da altre persone, né conosce il rimorso. In lui, la capacità di essere intuitivamente mosso da qualcosa, che per un’altra persona ad di fuori di sé può essere piacevole oppure triste, semplicemente non esiste.

Sappiamo che il latte materno è la cosa migliore per un bambino, che i bambini non si picchiano, che abbiamo il dovere morale di rispettare gli altri, eccetera. Ma cosa vogliono dire veramente queste cose? Sono nozioni che fanno parte della nostra cultura, ma si sono completamente svuotate di significato. Le abbiamo imparate passivamente, a memoria. Non sappiamo quali sono le implicazioni, i benefici e i rischi, legati al mancato rispetto di queste “norme sociali” (sì, perché anche l’allattamento ha un valore culturale e sociale). È un po’ come il becchino, che a forza di chiudere bare e seppellire cadaveri, si in-sensibilizza al dolore. Oppure come l’infermiera, che vedendo le cose più crude ogni giorno, alla fine non prova più tanto disgusto. È anche come quando guardiamo il telegiornale e non rabbrividiamo più davanti alla violenza, perché di scene horror siamo bombardati ogni giorno, da TV e giornali. Ai tempi dei miei nonni, molta gente era povera e si avevano altre priorità. Oggi, manca il tempo e la volontà. Non c’è bisogno di riflettere su certe cose. L’importante è arrivare a fine giornata ed aver fatto tutte le cose che fanno tutti. Ci mimetizziamo nella massa, per stare tranquilli e minimizzare il rischio di esclusione. Quel che conta sono i risultati a breve termine.

Così, oggi voglio invitarti a prendere del tempo. Voglio riflettere sulla mancata accoglienza dei bisogni dei nostri piccoli, sulla paura – cui affidiamo il governo delle dinamiche domestiche – e sulla punizione. Voglio sviscerare un po’ questo tema, per renderti di nuovo vulnerabile, invece che immune.

I nostri bambini fanno continuamente errori. Sono costantemente in viaggio: apprendono, giorno dopo giorno, con grande slancio vitale. Noi grandi abbiamo paura dei loro errori e la nostra ansia controlla le nostre risposte. Lo spirito della paura diventa il maestro, dentro la nostra casa e nella nostra famiglia. L’intimidazione diventa il nostro strumento educativo, a diversi livelli: lo sguardo->la minaccia->la punizione->la sberla. Ero in spiaggia l’anno scorso. Sotto l’ombrellone a fianco, c’era una famiglia carina e ben educata, discretamente accessoriata. La mamma, nel bel mezzo di una comune situazione, dice al suo bambino di due anni: “Giacomo, se non la smetti, prendi una sberla”. Babbo Mammal ed io ci siamo intristiti. E tu come ti senti? Provi qualcosa oppure è una frase che non fa più né caldo né freddo, perché è tanto comune, che neanche più ci fai caso? Perché picchiare un bambino è socialmente accettato, mentre picchiare un adulto è proibito? Immaginate quella mamma che misura una bella sberla al marito, perché l’ha appena irritata con un nonnulla. Perché una mamma o un babbo o qualsiasi altro adulto di riferimento dà una sberla? Per educare quel bambino? Non è esatto. Questo è un alibi. L’obiettivo reale è procurare dolore fisico o tristezza. La conseguenza sperata è che il bambino abbia paura, per la prossima volta. Così – terza fase – “imparerà” la lezione e si atterrà alle norme. Il bambino è un essere vivente che merita rispetto. Prova dolore, paura. Proprio come tu ed io. Se picchi, a qualsiasi livello, sei un bullo. Lo fai, perché la persona davanti a te è più piccola di te, più debole e non può difendersi. Perché, altrimenti, non picchi anche il tuo partner, un genitore, un amico, quando vuoi trasmettergli un valore? Così, stai insegnando al tuo bambino che picchiare è lecito: lo fanno anche mamma e babbo. Se ti aspetti che un bambino di due o tre anni comprenda la sottile differenza tra insegnare una norma comportamentale (supponiamo che sia la TUA ragione) e insegnare ad un altro bimbo a non toccare i suoi giocattoli (supponiamo che sia la SUA ragione), stai facendo un grave errore. Non stai insegnando la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: stai solo mostrando che “prenderle” fa male fisicamente e rende tanto tristi e frustrati. Quindi, deve averne paura. Oltretutto, numerosi studi dimostrano la correlazione violenza subita-violenza esercitata e i danni sullo sviluppo del bambino. Picchiare fa male a tutti i bambini.

Se sei tra quelli che pensano che una sberla ogni tanto non ha mai “ucciso” nessuno (che brutta immagine), pensa che in Svezia, uno dei Paesi più avanzati al mondo, il maltrattamento di un bambino, compreso quello lieve, è reato dal 1979.

Paesi sberla-free (in verde)

Una lista comprensiva:

  • 1979 – Svezia
  • 1983 – Finlandia
  • 1987 – Norvegia
  • 1989 – Austria
  • 1994 – Cipro
  • 1997 – Danimarca
  • 1998 – Lettonia
  • 1999 – Croazia
  • 2000 – Germania, Israele, Bulgaria
  • 2002 – Turkmenistan
  • 2003 – Islanda
  • 2004 – Romania, Ucraina
  • 2005 – Ungheria
  • 2006 – Grecia
  • 2007 – Togo, Spagna, Venezuela, Uruguay, Portogallo, Nuovo Zelanda, Paesi Bassi
  • 2008 – Liechtenstein, Lussemburgo, Repubblica Moldava, Costa Rica
  • 2010 – Albania, Repubblica del Congo, Kenya, Tunisia, Polonia
  • 2011 – South Sudan
  • 2013 – Capo Verde, Honduras, TFYR Macedonia
  • 2014 – Andorra, Estonia, Nicaragua, San Marino, Argentina, Bolivia, Brasile, Malta
  • 2015 – Benin, Irlanda, Perù
  • 2016 – Mongolia, Paraguay, Slovenia
  • 2017 – Lituania

La verità è che, quando noi genitori abbiamo fretta e siamo tanto presi da un’attività (che spesso non coinvolge il bambino), siamo fuori controllo. Non avere controllo di una situazione ci fa sentire impotenti, incapaci e miserabili. I bambini hanno paura, noi siamo frustrati. Non c’è progresso in tutto ciò. Cosa faremo poi, quando saranno grandi e forti come noi?

Queste dinamiche si creano, perché focalizziamo su OBBEDIENZA e CONFORMITÀ a certe norme. Lasciamo che siano il fulcro dell’educazione che impartiamo ai nostri bambini. Sono il nostro goal come genitori. Obbedienza e conformità, invece che amore e libertà. Urge che noi genitori, gli zii, i nonni, le maestre e chiunque altro si prenda cura del bambino, rimpiazziamo PAURA e PUNIZIONE con AMORE e LIBERTÀ. Questa è l’unica ricetta utile per ricevere in cambio amore e collaborazione, dai nostri bambini. Quando gioco con Bimbo Mammal oppure quando parlo con lui mentre faccio una faccenda, mi guarda e mi dice: “Ti voglio bene!”. Quando siamo là fuori, nel parco, e lotta con un altro bambino, io lo rispetto. Lo abbraccio, aspetto che si calmi. Poi, gli parlo con calma. Se è possibile, gli spiego la situazione, che lo ha travolto in una tempesta di sentimenti che non conosce. Altrimenti, lo faccio più tardi, quando torna il sereno. Gli dico che non mi piace e che mi rende triste, quando si azzuffa e usa la forza. Il mio amore per lui è l’arma più potente. È più importante di una ruspa gialla. Preferisce stare con me. Quando rifiuti la paura e la forza, come strumento genitoriale, e rispetti il tuo bambino ed il suo bisogno di libertà e di espressione, stabilisci una connessione tra i vostri cuori. In questa relazione, basata sul rispetto, non c’è spazio per la paura della punizione.

 

Come si fa a conciliare il RISPETTO del BISOGNO DI LIBERTÀ di un bambino con la sua EDUCAZIONE (=acquisizione di competenza emotiva e sociale)? Offri delle scelte: gli insegnerai l’auto-controllo e a gestire la propria libertà. Assicurati che non sia una scelta tra il comportamento che ti aspetti (opzione uno) e la punizione (opzione due). Fa in modo che siano due opzioni reali, con entrambe le quali ti senti okay. Offrendo delle opzioni stai ponendo dei limiti. In più, gli stai suggerendo due soluzioni plausibili, guidandolo verso l’apprendimento delle cose giuste da fare. Lo stai riconoscendo come essere pensante e gli stai cedendo un po’ del controllo di cui ha bisogno, come essere umano.
Se scegli l’altra strada, quella che richiede meno energia psichica (ma più energia fisica), otterrai risultati nel breve termine. Però, quando il tuo bambino sarà solo, non sarà più sotto il tuo controllo. Al contrario, i valori positivi che gli trasmetti, attraverso il tuo comportamento, saranno sempre con lui. Non importa che tu sia lì fisicamente. Hai buone chance che da grande faccia delle scelte, piuttosto che altre, perché ti vuole tanto bene!

Quando instauri con tuo figlio una relazione tra i cuori, rispettandolo, amandolo ed accogliendo i suoi bisogni, le sue decisioni future saranno rivolte a proteggere questa vostra relazione. Farà scelte e prenderà decisioni che sostengono la vostra famiglia. Trattiamoli fin da piccoli come creature dotate di un cervello che funziona e faranno prodigi!

l’insensibilità del becchino e il potere del bullo

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